Comunicato Posizione Ufficiale del Partito Liberaldemocratico Referendum 8-9 Giugno 2025

Schede sui referendum. 8 e 9 giugno 2025

Comunicato Posizione Partito Liberaldemocratico


Referendum sui contratti di lavoro a tutele crescenti.

Contenuti e scopi del referendum.

Il referendum intende abrogare nella sua interezza la disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti contenuta nel c.d. Jobs Act (d.lgs. n.23/2015). I proponenti lamentano, in primo luogo, che, a seguito della legge, nelle imprese con più di 15 dipendenti, i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 non possono essere reintegrati nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo; in secondo luogo, che la legge impedisce il reintegro anche nel caso in cui il giudice abbia dichiarata ingiusta e infondata l’interruzione del rapporto.

Perché votare No.

Perché il referendum propone di eliminare il contratto a tutele crescenti, senza considerare che la vittoria del “Si” non restituirebbe ai lavoratori le tutele dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, bensì quelle ridotte, rispetto alle prime, della legge Fornero del 2012. Infatti, per i licenziamenti disciplinari o per quelli per motivi oggettivi, ma privi di giustificati motivi, il Jobs Act prevede una indennità fino a un massimo di 36 mesi, mentre la legge Fornero prevede un’indennità fino a un massimo di 24 mesi.

Perché esiste ancora la possibilità per il lavoratore di essere reintegrato nel suo posto di lavoro, nel caso di licenziamento illegittimo per gravi motivi.

Perché la Corte costituzionale ha già migliorato la norma in più punti. Infatti, essa ha statuito, per un verso, che la tutela reintegratoria attenuata deve essere applicata anche in caso di licenziamento disciplinare se i contratti collettivi prevedano una sanzione conservativa e di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, se la circostanza addotta dal datore di lavoro risulta insussistente; per un altro verso, che il giudice, nell’esercizio del margine di discrezionalità del quale dispone, deve tenere conto di diversi criteri per quantificare l’indennità risarcitoria, tra cui l’anzianità di servizio, il numero dei dipendenti occupati, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.

Perché nessun aumento dei licenziamenti è stato registrato dopo le riforme. Anzi, dopo l’introduzione del Jobs Act, in Italia, il numero delle nuove assunzioni ha superato di gran lunga (circa un milione: da verificare) il numero dei licenziamenti.


Referendum sulle piccole imprese – Licenziamenti e relativa indennità.

Contenuti e scopi del referendum.

Il referendum intende abrogare parzialmente l’articolo 8 della legge n. 604/1966 che regola il calcolo delle indennità spettanti, in caso di licenziamento, ai lavoratori delle piccole imprese assunti prima del 7 marzo 2015. In particolare, il referendum ha il fine di eliminare il limite massimo di sei mensilità (e le sue maggiorazioni nei casi previsti dalla legge stessa), previsto per il calcolo delle indennità spettanti ai lavoratori.

Perché votare No.

Perché la prevalenza dei Si non garantisce che i giudici concedano importi superiori a quelli attualmente previsti.

Perché se prevalesse il Si, si produrrebbe l’effetto paradossale di avere un regime sanzionatorio del licenziamento per le piccole imprese più favorevole, a seconda dell’esito del referendum sul Jobs Act , o rispetto a quello previsto per le grandi imprese oppure rispetto a quello previsto per i nuovi assunti nelle piccole imprese. Per i lavoratori delle grandi imprese, infatti, il massimo di mensilità riconoscibili sarebbedi 24 (secondo la legge Fornero)). Per i lavoratori delle piccole imprese, invece, non ci sarebbe alcun tetto imposto dalla legge e spetterebbe al giudice, in caso di licenziamento, stabilire discrezionalmente la misura del risarcimento.

Perché, quindi, si creerebbe una disparità di trattamento tra i lavoratori delle piccole e quelli delle grandi imprese, che esporrebbe la norma risultante dal referendum a un possibile giudizio di incostituzionalità della Corte costituzionale.

Viceversa, in caso di conferma del Jobs Act, si creerebbe una disparità di trattamento tra il regime ad esaurimento dei vecchi assunti e la disciplina ordinaria dell’indennizzo per i nuovi assunti nelle piccole imprese, che continuerebbe ad essere ivi regolata da una norma sulla quale la Consulta ha già emesso una sentenza monito al legislatore affinchè corregga l’esiguità dell’indennizzo e il criterio occupazionale.


Referendum sull’abrogazione parziale di norme in materia di apposizione di termine al contratto di lavoro subordinato, durata massima e condizioni per proroghe e rinnovi

Contenuti e scopi del referendum.

Il quesito referendario riguarda l’abrogazione di alcune previsioni del decreto legislativo numero 81 del 2015 che attualmente consentono la stipulazione di contratti di lavoro a tempo determinato (e anche la loro proroga e/o il rinnovo) fino a un anno senza dover fornire alcuna giustificazione; e, per quelli di durata superiore, sulla base di una giustificazione individuata dalle parti, anche se non prevista né dalla legge, né dai contratti collettivi stipulati dai sindacati più rappresentativi a livello nazionale.

Perché votare No.

Perché se prevalesse il Si, le imprese non avrebbero la possibilità di fare contratti a termine nemmeno di fronte a incrementi straordinari, imprevedibili e di produzione.

Perché se prevalesse il Si, le imprese potrebbero fare contratti a termine solo ed esclusivamente per la sostituzione dei lavoratori, differentemente persino da quanto avveniva sotto il regime di una legge molto più rigorosa sul contratto a termine, quella n.230/1962.

Perché l’argomento dei sostenitori del referendum circa il possibile intervento dei contratti collettivi non è risolutivo: non tutte le imprese sono coperte dai contratti collettivi; fino a quando il contratto collettivo non c’è, l’assunzione a termine non è possibile, nemmeno per incrementi temporanei eccezionali di attività.


Referendum sull’ esclusione della responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore per infortuni subiti dal lavoratore dipendente di impresa appaltatrice o subappaltatrice, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici: Abrogazione.

Contenuti e scopi del referendum.

Attualmente, l’art. 26, comma 4, del d.lgs. 81/2008 stabilisce, al primo periodo, la responsabilità solidale dell’imprenditore committente con l’appaltatore e con ciascuno dei subappaltatori «per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA)». Viceversa, il secondo periodo della stessa disposizione prevede che l’imprenditore committente non risponda in solido per i «danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici». Il referendum abrogativo mira a eliminare la limitazione della responsabilità solidale, mediante la soppressione di questo secondo periodo, che tale limitazione ha disposto.

Perché votare No.

Perché colpisce il principio importante contenuto nella norma, quello che esclude la solidarietà tra committente e appaltatore quando si tratta di un appalto conferito a un appaltatore che ha una specifica professionalità.

Perché non avrebbe senso accollare al committente una solidarietà su una attività che è stata conferita specificamente a quell’appaltatore proprio in ragione della sua professionalità.

Perché l’abrogazione della norma eliminerebbe la distinzione tra appalti per così dire generali e appalti specifici.


Referendum sulla cittadinanza.

Contenuti e scopi del referendum.

Con il referendum si intende abrogare l’art.9, comma 1, lettera f, della legge n.91/1992. In base a questa norma, gli stranieri maggiorenni che risiedono in Italia e che rispettano una serie di requisiti (dalla conoscenza della lingua alle condizioni economiche sociali) devono dimostrare di aver vissuto in Italia per 10 anni consecutivi.

Il referendum propone di dimezzare da 10 a 5 anni il tempo di residenza legale necessario per potere presentare la domanda di cittadinanza, lasciando intatti tutti gli altri requisiti

Perché votare Si.

Perché l’abrogazione della norma del 1992 consente di facilitare l’integrazione in Italia di molti cittadini stranieri extra Ue (circa 2 milioni e mezzo secondo alcune stime) che vivono e lavorano in Italia da anni, contribuendo, in questo modo, alla crescita e allo sviluppo del Paese.

Perché, in particolare, consente loro di acquisire, in tempi più rapidi, diritti riconosciuti ai cittadini italiani: per esempio, quelli di partecipare a un concorso pubblico; votare ed essere eletti; fruire delle opportunità di studio all’estero; rappresentare l’Italia nelle competizioni sportive internazionali, ecc.

Perché consente ai cittadini stranieri di trasmettere automaticamente, in tempi più rapidi, la cittadinanza italiana ai figli minorenni.

Perché consente all’Italia di adeguarsi agli standard dei maggiori paesi europei.

Perché ripristina la disciplina già in vigore in Italia fino al 1992.


Grazie

Partito Liberaldemocratico


Parlano di Noi | Luigi Marattin | La Repubblica | 08/05/2025

🗞️ Parlano di Noi | Luigi Marattin | La Repubblica | 08/05/2025  

Meno tasse al ceto medio Giorgetti prende tempo“Intervento in più. anni”

Data: 08/05/2025

Testata: La Repubblica


il taglio delle tasse per il ceto medio si fa più: lontano. A mettere un freno alle spinte di Forza Italia e Fdl, che insistono per un intervento a stretto giro, é Giancarlo Giorgetti. L’orizzonte é «pluriennale», chiarisce il ministro dell’Economia quando nell’aula della Camera é il deputato Luigi Marattin (Liberaldemocratici) a chiedere cosa intende fare il governo per alleviare il peso che grava sui redditi medi. E in un altro passaggio del question time a Montecitorio, il titolare del Tesoro parla di «un progressivo abbattimento» della pressione fiscale in favore dei contribuenti in questione.

Il convitato di pietra: le risorse. Servono circa 4 miliardi per soddisfare le richieste di Forza Italia, che punta su un taglio Irpef di due punti percentuali, dal 35% al 33%, dell’aliquota di riferimento, ma anche all’estensione dello scaglione, da 50 a 60 mila euro. I margini sono stretti. Anche un intervento più limitato sarebbe comunque impegnativo. Altre urgenze, nelle scorse settimane, hanno messo in evidenza la necessita di restare prudenti i 3 miliardi stanziati contro il caro bollette sono la cartina di torna sole di questa difficolta.

Se i tempi dell’intervento per il ceto medio sono incerti, nessun dubbio invece sull’impegno. Giorgetti rassicura: la riduzione delle tasse andra avanti. «Voglio qui ribadire l’intento del governo più volte dichiarato, e più volte dimostrato, dalle due due leggi di bilancio del 2023 e 2024», sottolinea nella replica all’interrogazione. I riferimento é al taglio del cuneo fiscale per iredditi finoa 35 mila euro, esteso a partire da quest’anno fino a 40 mila.

Misure che Giorgetti associa a una riduzione della pressione fiscale di 18 miliardi. E proprio I’allargamento del perimetro dei beneficiari viene preso come riferimento per inquadrare il prossimo  passaggio – la misura per il ceto medio – nella prospettiva pluriennale. «Il percorso aggiunge – é stato gia avviato». Le parole del ministro non convincono Marattin: «Giorgetti – controbatte – dice bugie: i 18 miliardi non sono stati stanziati sui redditi medi, come sostiene, ma sui redditi bassi, inferiori ai 35 mila euro annui».

Intanto il cantiere del fisco sià pre con il parere della commissione Finanze della Camera al decreto legislativo che corregge il concordato preventivo biennale. Tra le venti osservazioni che accompagnano il via libera al testo spunta la richiesta al governo di permettere ai contribuenti che aderiranno al concordato 2025-2026 di avvalersi ancora del ravvedimento speciale, includendo i debiti maturati nel 2023.


Questo articolo è stato realizzato da La Repubblica

Partito Liberaldemocratico


Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Sole 24 Ore | 07/05/2025

🗞️ Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Sole 24 Ore | 07/05/2025  

“Giorgetti: orizzonte pluriennale per i tagli di tasse al ceto medio 

Data: 07/05/2025

Testata: Il Sole 24 Ore


Alla Camera

Il ministro risponde alle obiezioni di Marattin sul carico fiscale

Fra gli obiettivi del Governo c’é il «progressivo abbattimento dell’entità della pressione fiscale anche per i redditi medi». Lo ha ribadito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rispondendo ieri al Question Time alla Camera.

Il tema, sollevato dal fondatore del Partito liberaldemocratico Luigi Marattin, é quello del «macigno fiscale» riassunto dall’ultimo rapporto sul tema pubblicato dall’Ocse, secondo il quale per i contribuenti appena sopra la soglia dei 35mila euro lordi all’anno le aliquote fiscali sugli eventuali aumenti di reddito sono i peggiori fra i 38 Paesi dell’Organizzazione.
«Per un lavoratore single senza figli un incremento di i 100 euro del salario lordo si traduce in unincremento di soli 68 euro di reddito netto, contro una media di 85 euro per l’area Ocse – riassume Marattin- per una famiglia di due lavoratori, in cui almeno uno abbia il reddito pari a quello medio, tale valore diventa 50 euro, contro una media
Ocse di 79 euro, per una famiglia di due lavoratori entrambi con reddito medio, tale valore diventa 55, contro una media Ocse di 81euro».

La riduzione del peso delle tasse sul ceto medio, pilastro sempre più centrale nell’architettura dell’Irpef,
per Giorgetti non é solo un obiettivo teorico, ma un «intento dimostrato con le leggi di bilancio del 2023 e 2024». L’ultima manovra, ha ricordato il ministro, ha cominciato a intervenire anche sopra quota 35mila euro, con il decalage che estende benefici, discendenti al crescere della dichiarazione, fino a 40 mila euro. «Il percorso é stato avviato»,
sostiene dunque il titolare dei conti, ma«presuppone un orizzonte temporale pluriennale».

Anche sull’eventuale evoluzione
della Digital Tax, oggetto di un’altra interrogazione presentata da Italia Viva con Davide Faraone, il percorso non é né facile né breve.
Una tassa digitale in Italia già c’è differenza di quanto accade in Germania e in altri Paesi europei, ha rivendicato Giorgetti, «siamo orientati a lavorare soprattutto in sede internazionale», dove pesa pero il macigno di Trump.

E tempi lunghi attendono anche l’attuazione dell’autonomia
differenziata, in un cantiere destinato a ripartire con il Ddl Calderoli sui Livelli essenziali delle prestazioni atteso «a breve» in consiglio dei ministri.


Questo articolo è stato realizzato da Il Sole 24 ore

Partito Liberaldemocratico


Parlano di Noi | Luigi Marattin | La Stampa | 07/05/2025

🗞️ Parlano di Noi | Luigi Marattin | La Stampa | 07/05/2025  

IL RAPPORTO TAXING WAGES 2025 – Ocse, in ialia i redditi medi più tassati Marattin: “Cosi non si può crescere”

Data: 07/05/2025

Testata: La Stampa


Secondo l’ultimo rapporto Taxing Wages 2025 pubblicato dall’Ocse, il ceto medio italiano continua a non passarsela bene. Una tabella, in particolare, mostra come di fronte a un aumento del salariodi 100 eurolordi, un lavoratore con un reddito medio riesca a mettersi in tasca solo 68 euro netti, contro una media Ocse di 85 euro. Per una famiglia con due lavoratori di cui uno con un reddito medio, ogni 100 eure lordi di aumento ne intaschera 50, mentre la media Ocse é di 79, L’Italia, tra i 38 Paesi oggetto del rapporto, é ultima in questa classifica. Il deputato del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin ne chiedera conto oggi in Aula al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, perché «il governo – dice a La Stampa-finorasi é occupato solo dei redditi inferiori a 35mila euro, ma se il ceto medio soffoca, l’Italia non cresce»


Questo articolo è stato realizzato da La Stampa

Partito Liberaldemocratico


Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Riformista | 06/05/2025

🗞️ Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Riformista | 06/05/2025  

Fisco, Marattin incalza Giorgetti: “L’Italia è il Paese del mondo occidentale che massacra il ceto medio”

Data: 06/05/2025

Testata: Il Riformista


“In Italia il ceto medio è massacrato: ma probabilmente non ci siamo resi conto ancora di quanto lo sia. I dati OCSE appena pubblicati ci dicono che l’aumento del netto in busta paga che – a fronte di aumenti della retribuzione lorda – ricevono i lavoratori italiani appartenenti al ceto medio è il più basso dei Paesi del mondo occidentale”. Così l’onorevole Luigi Marattin, in un video pubblicato sui social.

“Ad esempio, un lavoratore single senza figli, con reddito medio, su 100 euro di aumento lordo, riceverà 68 euro netti, contro una media di 85 euro. Nel caso di un lavoratore con reddito medio, in coppia, con due figli, il suo netto sarà di 50 euro, a fronte di una media OCSE di 75 euro”, spiega Marattin.

“Da tempo il Partito Liberaldemocratico denuncia quanto sia tartassato il ceto medio, che subisce aliquote IRPEF molto alte rispetto a quanto, a parità di reddito, accade in altri paesi, come la Francia. Se un Paese continua a tartassare così il suo ceto medio, a livello fiscale, non avrà chance di crescita. Domani, al Question Time, chiederò formalmente al Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, cosa intende fare per porre fine al massacro fiscale del ceto medio. Chi manda avanti il Paese non può morire sotto il peso delle tasse e dell’inefficienza statale”, conclude Marattin.


Questo articolo è stato realizzato da Il Riformista

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Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Messaggero | 08/05/2025

🗞️ Parlano di Noi | Luigi Marattin | Il Messaggero | 08/05/2025  

Irpef, tempi lunghi per il ceto medioL’italia chiede di ritoccare il PNRR”  

Data: 08/05/2025

Testata: Il Messaggero


Il ministro dell’Economia, Giorgetti: «Orizzonte pluriennale per abbattere la pressione fiscale»
Presentata a Bruxelles una revisione tecnica per la settima rata. Cambi per Transizione 5.0

ROMA La linea della prudenza prevale anche su un fronte politicamente delicato come il tagliodelle tasse. Dopo l’intervento con il quale il governo ha ridotto il modo strutturale il cuneo fiscale sui redditi fino a 40 mila euro, servira pit tempo per fare il passo successivo. Valea dire ridurre la pressione fiscale sulla “classe media”, quei contribuentiche dichiarano trai 40 mila e i 50 mila euro e per i quali, da tempo, il Tesoro e  Palazzo Chigi studiano una riduzione delle ali quote dal 35 al 33 per cento oltre a un innalzamento del secondo scaglione Irpef fino a 60 mila euro. Ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rispondendo a un’interrogazione presentata da Luigi Marattin, ha confermato che il governo intende arrivare a un «progressivo abbattimento della pressione fiscale anche per i redditi medi». Ma questo obiettivo, ha aggiunto «presuppone un orizzonte temporale ‘pluriennale». Ci vorra tempo insomma. Del resto sul fronte del Fisco i partiti della stessa maggioranza hanno diversi progetti e sensibilita. Sul taglio dell’ Irpef alia classe media spinge in particolar modo Forza Italia, ma la misura é appoggiata anche da Fratelli d’Italia. La Lega ha altri dossier fiscali sul suo tavolo, dalla quinta operazione di rottamazione delle cartelle fiscali fino all’innalzamento della flat tax per le Partite Iva. Bisognera insomma prima di tutto riuscire a fare una sintesi tra le stesse forze di governo. Sintesi che sara necessaria, ma a livello internazionale, per capire come affrontare la tassazione delle Big Tech. L’Italia, come Francia e Spagna, ha una sua imposta sui servizi digitali con un’aliquota al 3% che colpisce le imprese con ricavisopra i 750 milioni. Lo scorso anno a portato incassi per 455 milioni di euro. Tuttavia la misura é entrata nel mirino dell’amministrazione statunitense. Era contestata gia dalla Passata presidenza Biden, ma con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca é entrata nel no-vero delle misure contestate e che Washington vorrebbe fossero cancellate nella trattativa sui dazi.

Tutta da chiarire anche la portata di un’eventuale richiesta di flessibilita per sostenere le spese in difesa. L’Italia non é tra i Paesi
che, entro il 30 aprile, hanno chiesto di attivare la clausola di salvaguardia che permette di scorporare dal conto del deficit i costi per la sicurezza e il riarmo. Roma attende di capire cosa sara deciso nel vertice Nato di giugno ese ai Paesi alleati sara chiesto di arrivare a una cifra superiore al 2% del Pil, che I’Italia raggiungera quest’anno.

IL PNRR

Bruxelles ha nel frattempo confermato di aver ricevuto una richiesta di revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza che include anche «modifiche tecniche» sugli obiettivi della settimana rata, il cui termine era alla fine dello scorso anno e oggi é in fase di verifica. Richiesta partita lo scorso 21 marzo. Roma lavora infatti a una quinta riscrittura del piano da 194,4 miliardi. Entreraé con molta probabilita un correttivo a Transizione 5.0, misura che nelle intenzioni avrebbe dovuto dare uno sprint alla spesa, impegnando circa 6 miliardi. Nelle previsioni c’é anche la creazione di fondi che permetteranno di far vivere le risorse oltre la scadenza del piano nel 2026. Il fondo diventa l’obiettivo da raggiungere e i soldi potranno essere spesi per progetti extra Pnrr, vincolati al rispetto di scadenze. Al momento non c’é invece Ia richiesta di spostare obiettivi del Piano alla Politica di Coesione.


Questo articolo è stato realizzato da Il Messaggero

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Intervista | Luigi Marattin | L’Altra Voce – Il Quotidiano Nazionale | 29/04/2025

🗞️ Intervista | Luigi Marattin | L’Altra Voce – Il Quotidiano Nazionale | 29/04/2025

Il Governo gioca alla finanza con i soldi dei contribuenti 

Data: 29/04/2025

Testata: L’Altra Voce – Il Quotidiano Nazionale

Autore: Giuseppe A. Falci


Luigi Marattin, parlamentare e co-fondatore del partito Liberaldemocratico: come sta cambiando l’assetto del risiko bancario alla luce della mossa di ieri fatta da Mediobanca che ha annunciato un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Banca Generali?

«Dal punto di vista strategico è una reazione alla mossa di MPS sulla stessa Mediobanca; lanciata dopo aver vinto la battaglia sulla governance di Generali, dove gli “sconfitti” sono proprio quelli che – con qualche supporto governativo esplicito o implicito – stanno guidando MPS alla conquista di Mediobanca. Dal punto di vista industriale, viste le caratteristiche di Banca Generali, la mossa serve a consolidare la posizione di player nel settore del wealth management. Mentre nel caso di una fusione con MPS, le sinergie tra una banca d’investimento e una banca retail non sono apparse poi così chiare al mercato».

Da un lato c’è il governo che sostiene apertamente Delfin e Caltagirone nella presa di Mediobanca. Dall’altra Mediobanca mette in atto un’offerta di strategia industriale. Qual è dunque la vera posta in gioco: il primato nel settore bancario di alcuni capitani graditi al governo oppure il primato del mercato?

«Riesce difficile distinguere i due aspetti quando il governo assume un atteggiamento così palesemente interventista».

Ecco, qual è il ruolo del governo: arbitro o giocatore tattico?

«Il governo sta giocando al Grande Architetto della Finanza, con i soldi dei contribuenti (che sono ancora parte significativa di MPS). In Italia funziona così, non ci sono destra e sinistra. Governa da decenni il PUAM (Partito Unico Anti Mercato), che per esigenze televisive si divide in due curve ultrà chiamate convenzionalmente “destra” e “sinistra”. Vi è una storica tendenza a pensare che la politica debba guidare, orientare, decidere. Facendo, il più delle volte, disastri epocali, visto che in Italia il concetto di “pubblico” non equivale a “di tutti” bensì a “di nessuno”. È contro questo tipo di tendenza che abbiamo fatto nascere, poco più di un mese fa, il Partito Liberaldemocratico. Che non è per la giungla del mercato, ma solo per riconoscere che su queste vicende il potere pubblico deve intervenire solo tramite le autorità di regolamentazione, per evitare abusi di posizione dominante e garantire la tutela della concorrenza».

Cosa rappresenta oggi Mediobanca?


«Sono da tempo finiti i tempi del “salotto buono”: la globalizzazione ha spazzato via quelle dinamiche, e non sono tra quelli che se ne duole. Oggi Mediobanca è una bella realtà del private banking e della consulenza finanziaria che – come tante altre realtà italiane – ha bisogno di crescere su scala continentale per poter continuare ad avere un ruolo».

Possiamo dire che c’è un potere romano che vorrebbe fare una scalata sulla finanza milanese?

«In Italia soffriamo storicamente di un certo provincialismo, pensiamo che il mondo inizi a Lampedusa e finisca ad Aosta. Ma nel mondo globalizzato le dispute Roma-Milano (che sarebbe bene lasciare al calcio) non hanno nessuna rilevanza, né nessun vantaggio per il sistema-Italia».

Quello che colpisce è che non solo il rapporto Draghi ma tutti consiglierebbero operazioni oltre confine. Perché l’Italia è così restia ad aprirsi ad aggregazioni paritetiche con banche di altri paesi europei?

«Perché la politica in Italia ha sempre mirato a condizionare la finanza e servirsene per acquistare consenso e accrescere la propria sfera di influenza. Lo è stato fino a metà anni 90, quando le banche erano enti di diritto pubblico e per sapere chi era il nuovo amministratore delegato di un istituto non dovevi attendere l’esito di una selezione tra i manager migliori del mercato, ma le conclusioni dei congressi dei partiti della Prima Repubblica. E la stessa tendenza è rimasta anche successivamente. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostilità verso l’operazione Generali Investment Holding e Natixis. Due soggetti del risparmio gestito che tentano di fare esattamente quello che dice Draghi nel suo rapporto: creare economie di scala a livello europeo per contribuire a realizzare la tanto auspicata unione del mercato dei capitali e competere con i fondi USA, che ogni anno attraggono 300 miliardi del risparmio europeo oltre atlantico. Ad ostacolare l’operazione sono proprio coloro che ogni giorno si lamentano perché l’Europa non gioca da protagonista, non parla con una sola voce e tutti gli altri vuoti slogan che sentiamo da anni».

L’Italia è dunque ritornata agli anni ’90 quando si lanciavano offerte pubbliche di acquisto una dietro l’altra?

«Sono due fasi diverse. Negli anni ’90 il sistema stava uscendo dalla gestione pubblica, ora invece si tratta di realizzare un consolidamento efficace sul mercato interno. Che, è bene ricordarlo, non è quello italiano. Ma quello europeo».

E adesso veniamo alla questioni di politica interna. Giorgia Meloni sembra essersi ritagliata un ruolo internazionale ma in Italia fatica a imporre le riforme. Resisterà fino alla fine della legislatura o si farà logorare da Matteo Salvini?

«I motivi per cui Meloni non decolla in politica interna è semplice: ha costruito il suo enorme consenso, nel decennio 2012-2022, su temi e classe dirigente diametralmente opposti a quello che ora si rende conto essere necessario fare nell’Italia di oggi. E quindi si trova bloccata: come fa a fare le riforme di mercato con una classe politica cresciuta a pane e destra sociale e con i sovranisti di Salvini in posizione dominante? Comunque, per rompere questa coalizione avrebbe bisogno di qualcosa che oggi solo noi proponiamo: buttare a mare questo pessimo bipolarismo e riorganizzare completamente il quadro politico, con una nuova legge elettorale e con le riforme di sistema (in primis il monocameralismo) che attendiamo da 30 anni. Se avrà forza e coraggio di farlo, non lo so proprio».

In questo contesto di polarizzazione destra-sinistra, quale spazio politico può ritagliarsi una forza politica come il partito Liberal-democratico?


«L’area politica che crede ai concetti della concorrenza e del mercato, che vuole ridurre il peso dello Stato e non vuole saperne di schierarsi a supporto diretto o indiretto delle due curve ultrà di destra e sinistra in Italia vale circa il 15% potenziale. Ad oggi, tra i pochi attori rimasti in quest’area, non c’è nessuno che da solo è in grado di realizzare quel potenziale. Noi nasciamo non per candidarci a quel ruolo, ma per catalizzare un processo di “messa in gioco” di quel pezzo di Italia che oggi è scoraggiato e o vota “turandosi il naso” o non vota per niente. E per costruire un’offerta politica seria che alle elezioni del 2027 offra agli italiani una terza opzione rispetto alle due curva ultrà»


Questa intervista è stata realizzata da L’Altra Voce – Il Quotidiano Nazionale

Partito Liberaldemocratico


Intervista | Luigi Marattin | Il Foglio | 30/04/2025

🗞️ Intervista | Luigi Marattin | Il Foglio | 30/04/2025  

Referendum, banche, Pd, Meloni. Parla il liberaldemocratico Marattin 

Data: 30/04/2025

Testata: Il Foglio

Autore: Marianna Rizzi


I referendum all’orizzonte, i movimenti sullo scenario finanziario dopo la mossa di Mediobanca e il
“Puam, Partito unico antimercato” Il deputato Luigi Marattin, eletto con Italia Viva e oggi cofondatore del neonato partito Libelademocratico, lo descrive così: “Il Puam, per esigenze televisive, si divide in due curve ultra chiamate convenzionalmente ‘destra’ e ‘sinistra”.

“Un’impostazione da curva”, dice al Foglio Marattin, che in vista dell’8 e 9 giugno dilaga: “I referendum sono il riflesso condizionato di una sinistra ideologica che, come ha fatto notare persino la Corte Costituzionale riguardo a uno dei quesiti, preferisce danneggiare i lavoratori piuttosto che ammainare un vessillo ideologico. E il fatto che il Pd abbia addirittura raccolto le firme la dice lunga sul fatto che lo schieramento di centrosinistra sia ormai una classica offerta politica di sinistra radicale, à-la-Bernie Sanders e Alexandra Ocasio Cortez. Andrebbe spiegato a chi ancora si illude di poterli ‘moderare verso il centro”

Il riferimento è agli ex compagni di strada che il Jobs Act lo hanno votato, ma che cosa propongono i Liberaldemocratici?
“C’è bisogno di molto altro”, dice Marattin: “Oltre a sistemare per via legislativa alcune incongruenze che in questi anni gli interventi della Corte costituzionale hanno prodotto, occorre pensare a un Jobs Act2.⁠ ⁠Se il primo era mirato all’occupazione, e ha avuto pieno successo, come si vede dai dati di questi anni, il secondo deve essere rivolto a un’altra esigenza: aumentare le retribuzioni”.

In pratica, che cosa bisognerebbe fare?
“Detassazione completa sia dei premi di produttività (togliendo il limite dei tremila euro di premio) sia degli aumenti retributivi derivanti dalla contrattazione territoriale e o aziendale. Dove imprese e lavoratori si mettono d’accordo per fare più e fare meglio, lo Stato alza le mani e si ritira. E poi: una riforma della contrattazione, in modo da dare più peso alla contrattazione decentrata – lì si realizza infatti il vero scambio tra produttività e salari. Bisognerebbe inoltre tenere presente il fatto che, con imprese di tre o quattro dipendenti, i salari non cresceranno mai. Mettiamo allora in campo una grande strategia per favorire la crescita dimensionale delle imprese.

Mondo del lavoro fermo, finanza in movimento?
“Nella vicenda di Mediobanca si intravede ancora uno dei difetti originari della nostra politica”, dice Marattin: “Usare la finanza per provare a costruire e consolidare consenso. E’ stato così fino agli anni Novanta, quando le banche erano enti di diritto pubblico e per sapere chi le guidava occorreva aspettare gli esiti dei congressi dei partiti; ma è rimasto così anche dopo – si veda per esempio il celebre “abbiamo una banca” di Piero Fassino sul caso Unipol”

Che cosa dovrebbe fare il governo, secondo voi?
“Esca da Mps”, dice Marattin, “ritiri quel ridicolo provvedimento di golden power sulla vicenda UniCredit –
Bpm, smetta di sostenere implicitamente cordate. In un’economia di mercato moderna, il potere pubblico interviene in queste cose solo tramite le autorità di regolamentazione, per tutelare la concorrenza”.

La soluzione si può trovare a livello europeo?
“Tutti fanno a gara per dire che l’Europa deve parlare con una voce sola’, che ‘deve poter competere con Usa e Cina’, che ‘ci vuole il mercato unico dei capitali’ e poi si alzano le barricate quando due realtà del risparmio gestito – e se so che su questo ci sono idee diverse sul Foglio – provano a fondersi per creare un campione europeo? Si fanno i lamenti sul risparmio della signora Maria’, ma il tema vero è un altro: si teme che non basti più una telefonata di ‘moral suasion’ per far comprare il debito pubblico italiano e tenerlo fino a scadenza, indipendentemente dalle fluttuazioni di mercato. Perché l’altro nome del Puam è il Pusp, Partito unico della spesa pubblica”.

I Libderaldemocratici si presentano nella veste di opposizione costruttiva. Che cosa salvare dell’opera del governo?
“Meloni si muove molto bene in politica estera. Ma dobbiamo chiederci perché, invece, in politica interna stenta così tanto a fare le riforme di cui l’Italia ha bisogno. La risposta è semplice: ha costruito il suo consenso con contenuti e classe dirigente incompatibili con quello che serve all’Italia del 2025. In più, ha i sovranisti populisti di Salvini come seconda forza della coalizione. Ma questi sono anche i risultati di questo pessimo bipolarismo”


Questa intervista è stata realizzata da Il Foglio

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Partito Liberaldemocratico


Intervista | Luigi Marattin | la Repubblica | 20/04/2025

🗞️Intervista | Luigi Marattin | la Repubblica | 20/04/2025  

Più statalista della sinistra, l’esecutivo gioca a fare il grande architetto. 

Data: 20/04/2025

Testata: La Repubblica

Autore: Giuseppe Colombo


«Siamo di fronte a un’operazione statalista». A bocciare così le prescrizioni del governo sull’offerta di Unicredit per Banco Bpm è Luigi Marattin, deputato del gruppo Misto e co-fondatore del partito Liberaldemocratico.

Siamo addirittura allo statalismo?

«Direi proprio di sì. In Italia abbiamo l’unica destra che mette becco nelle normali dinamiche di mercato come se fosse la sinistra».

Per il governo, però, i poteri speciali tutelano «interessi strategici per la sicurezza nazionale». Non è un’azione legittima?

«Due banche private italiane si fondono e questo metterebbe a rischio la sicurezza nazionale?».

Nell’idea dei partiti di maggioranza, le prescrizioni sugli sportelli tutelano l’occupazione. Senza, sostengono, c’è il rischio che Unicredit diventi corsara sul territorio. È d’accordo?

«Quando si pregava Unicredit di comprare Mps a condizioni impossibili, nessuno si preoccupava che diventasse corsara. In un’economia di mercato, gli unici paletti a operazioni di questo tipo li può mettere l’Antitrust, per tutelare la concorrenza. Non il governo».

Non vede rischi?

«Vedo molti rischi: il prezzo di acquisizione, le economie di scala risultanti, il valore che si crea. Ma in un’economia di mercato sana, i rischi non li deve valutare il governo, ma gli azionisti delle due banche. Se la valutazione fosse positiva, si creerebbe un gruppo che aumenterebbe la concorrenza in Italia e probabilmente in Europa».

Le prescrizioni a Unicredit, ma anche l’offerta di Mps, di cui il Mef ha l’11,7%, per Mediobanca. Il governo mostra un certo attivismo bancario. Sbaglia?

«Mi piace pensare che la prescrizione di recidere ogni legame con la Russia (che Unicredit ha nei fatti però già reciso), il governo Meloni la rivolga anche ad un partito della sua maggioranza».

E la spinta a Mps verso Piazzetta Cuccia?

«Prima il governo esca dall’azionariato e poi Mps, divenuta totalmente privata, farà le scalate che vuole. Altrimenti i sospetti che qualcuno a Palazzo Chigi o al Mef giochi a fare il Grande architetto della finanza, con i soldi dei contribuenti, diventano troppi».

Il governo si è diviso su Unicredit. Forza Italia ha messo a verbale la sua contrarietà. È un pezzo di centrodestra con cui ambite ad allearvi?

«Se un giorno deciderà di andare oltre la ‘messa a verbale’ e troverà il coraggio di scrivere il proprio verbale liberale senza sovranisti e populisti, perché no»


Questa intervista è stata realizzata da La Repubblica

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Partito Liberaldemocratico


7 MAGGIO 2025 - ROMA - DIFENDERSI DAI DAZI

DIFENDERSI DAI DAZI

Aprire nuovi mercati al nostro export

I dazi cambiano le regole del gioco. 
È il momento di alzare lo sguardo, difendere il nostro export e conquistare nuovi mercati. 
Con voci autorevoli dell’economia, dell’impresa, del giornalismo e delle istituzioni, costruiamo una strategia per l’Italia che compete nel mondo.

All’evento interverranno Luigi Marattin, Barbara Cimmino (vicepresidente di Confindustria con delega all’export), Alberto Zerbinato (vicepresidente di Anima) e Tommaso Monacelli (professore di economia all’Università Bocconi).

Chi non potrà essere presente a Roma potrà seguire l’evento in diretta streaming.

Il link di collegamento verrà pubblicato sui social del partito.



7 maggio 2025, ore 17:00 | Roma, Sala del Co.De
Un evento del Partito Liberal Democratico

Il futuro si gioca adesso. E va affrontato a dovere.


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