RAFFORZAMENTO DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA

RAFFORZAMENTO DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA

Premesse

Con Legge 10.11.2025, n. 167, Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della
qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in
determinate materie. (G.U. 14.11.2025, n. 265) il Parlamento italiano ha attribuito al Capo III – una serie di deleghe al governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto di determinate materie della normativa vigente. Tra queste all’Art. 20 ha attribuito la Delega al Governo in materia di formazione superiore e ricerca.
La formazione superiore italiana registra da un lato un ritardo nell’inserimento di contenuti
tecnologicamente avanzati e dall’altro una solida formazione che rende i nostri laureati in una
serie di discipline molto spendibili sul mercato internazionale.
Questa situazione – che non è migliorata rispetto al primo bando ERC del 2013 – rappresenta una perdita secca per la Nazione che investe sull’alta formazione consistenti risorse, ma poi non riesce a capitalizzare contribuendo invece con la fuga dei cervelli ad arricchire la ricerca di altri Paesi, in particolare di quelli Europei che registrano gli Italiani nei bandi ERC al 2° posto nella classifica di vincitori di progetti, però con il 90% dei ricercatori operanti presso strutture europee fuori dai nostri confini. Proprio di recente una classifica sulla produttività scientifica dei ricercatori italiani ha evidenziato che se si rapportano le pubblicazioni al numero di ricercatori attivi a tempo equivalente, l’Italia si colloca ai primi posti nel mondo con una produttività media per ricercatore molto consistente, nonostante le scarse risorse che vengono investite in R&S.
Eppure l’Italia non è attrattiva né per i suoi figli né per i figli degli altri, quindi c’è qualcosa che non va. Per tale motivo, come Partito Liberaldemocratico abbiamo articolato una proposta in cinque punti, i cui assi portanti sono quelli dell’autonomia, della concorrenza e della libertà di scelta. Il mondo accademico e della ricerca è schiacciato sotto una mole di adempimenti burocratici che impediscono quella rapidità di azione essenziale per essere competitivo a livello internazionale, sia nell’attrazione di intelligenze che nella trasformazione dei risultati in valore aggiunto culturale e produttivo. Oltre al problema della velocità, c’è quello dell’efficienza nel perseguire gli obiettivi programmatici, difficile se si pensa che oggi il personale docente e ricercatore risulta sottodimensionato, mentre il personale amministrativo colpevolmente non viene professionalizzato alle tante funzioni organizzative e di miglior supporto a studenti, ricercatori e alla valorizzazione dei risultati. Nonostante i vari tentativi di rendere autonomo il sistema della ricerca a partire dalla legge Ruberti 168/1989 di fatto il sistema è rimasto sempre più schiacciato sotto una burocrazia asfissiante e frustrante perché non si può trattare il meglio del Paese (i famosi “cervelli”) come se fosse un insieme di disonesti dai quali diffidare. Da quei tempi inoltre è cambiato molto il sistema di finanziamento dell’Università e della Ricerca, soprattutto grazie ai programmi sempre più avanzati dell’Unione Europea, ma anche perché la ricerca italiana si è fatta avanti nei confronti di Fondazioni e Istituzioni nazionali ed estere.


Alla diversificazione delle entrate deve quindi corrispondere una molto maggiore flessibilità e libertà responsabile nell’uso delle risorse finanziarie, umane e infrastrutturali. Per questo il Partito Liberaldemocratico ritiene che sia opportuna e urgente la:

1.Trasformazione di Università ed Enti Pubblici di Ricerca (EPR) in Fondazioni di diritto privato

a totale proprietà pubblica, avendo l’accortezza di superare contestualmente il comma 14 dell’art. 16 legge 133/2008, che applica a questo tipo di Fondazioni le stesse normative delle Università pubbliche. Questo comporta autonomia programmatoria, contabile e organizzativa impostata su basi dati continuamente aggiornate volti a garantire trasparenza e rendicontazione per la valutazione delle varie performances (didattica, ricerca, valorizzazione dei risultati) e per il controllo amministrativo dei fondi dello Stato, sgravando nel contempo i ricercatori da troppi adempimenti e procedure che oggi ne limitano libertà ed efficienza di ricerca. La governance di Università ed EPR dovrà essere ampiamente basata sull’uso di sistemi di Intelligenza Artificiale la cui introduzione, se accompagnata da un’attenta semplificazione delle procedure (da basarsi su criteri di Qualità Totale), potrà essere una grande occasione per impostare una semplificazione burocratica utile per tutto il Paese. L’introduzione dell’IA nella gestione delle strutture consentirà tra l’altro di liberare risorse umane oggi addette alla gestione puramente amministrativa verso servizi ad alto valore aggiunto per la comunità scientifica, soprattutto nella direzione della valutazione e del trasferimento di conoscenze e di tecnologie.

Ovviamente la trasformazione in Fondazioni di diritto privato comporterà un graduale ma consistente cambiamento nella gestione delle risorse umane di Università e EPR, che dovrà essere ispirata alle best practices e ai migliori standard internazionali, come minimo a quelli Europei. Un cambiamento radicale come quello proposto comporta una serie di rivoluzioni interne a Università ed EPR che non saranno semplici da gestire, ma non per questo dovranno essere irregimentate come si tende a fare nel nostro Paese. Si suggerisce quindi che la riforma venga attuata con un tempo di almeno 5 anni per consentire ai soggetti interessati di reimpostare le proprie organizzazioni ed entrare pienamente a regime. Secondo questo principio


2. Il finanziamento dell’Università e della Ricerca

si basa sui principi di autonomia e concorrenza. Lo scopo è garantire alle università la libertà di organizzare al meglio, libere da vincoli, la didattica e la ricerca, e ampliare al contempo la libertà degli studenti nella scelta dell’offerta didattica.

È necessario completare il percorso di autonomia delle Università, rafforzando i modelli fondazionali di diritto privato e aumentando progressivamente la quota premiale del finanziamento pubblico, legandola alla valutazione dei risultati concreti nella didattica, nella ricerca e nell’inserimento lavorativo dei laureati.

L’obiettivo non è spendere di più, ma spendere meglio le risorse già presenti nel sistema universitario. Per farlo, occorre liberare gli Atenei dai vincoli più pesanti nella pubblica amministrazione nella gestione delle risorse umane e finanziarie, pur mantenendo piena trasparenza, responsabilità e controllo da parte dello Stato sulle procedure e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

Le Università devono poter adottare procedure di reclutamento competitive e rapide, fondate sul diritto privato e sulle effettive esigenze scientifiche e didattiche dei dipartimenti, superando gli eccessi burocratici delle attuali procedure pubblicistiche. Questo consentirebbe di assumere ricercatori e docenti con maggiore rapidità, offrire contratti più competitivi e differenziare le retribuzioni sulla base del merito, della produttività scientifica e della capacità di attrarre finanziamenti e studenti, rendendo il sistema italiano più attrattivo anche per studiosi e ricercatori internazionali.

Parallelamente, è necessario rafforzare gli strumenti che favoriscono la mobilità sociale e la libertà di scelta degli studenti. In questa prospettiva, va valutata positivamente la proposta di una Fondazione per il Merito (Ichino A., Terlizzese D. 2012) che, attraverso prestiti d’onore condizionati al reddito, permetta agli studenti capaci e meritevoli di sostenere i costi della formazione, dell’alloggio e della mobilità territoriale senza barriere economiche immediate. La restituzione del prestito avverrebbe solo al raggiungimento di adeguate soglie reddituali, secondo un modello già adottato con successo in altri Paesi.

In questo modo sarebbe possibile coniugare autonomia, merito, efficienza e reale diritto allo studio, costruendo un sistema universitario più dinamico, competitivo e capace di valorizzare pienamente il capitale umano del Paese. Il Finanziamento alla Ricerca si basa invece su piani quinquennali a scorrimento triennale elaborati dagli Atenei e dagli EPR, che vengono integrati con fondi su progetti nazionali diversificati per tenere conto delle peculiarità delle varie aree di ricerca, insieme a fondi acquisiti autonomamente da: Fondazioni Bancarie, altri Ministeri, Enti e Regioni per temi specifici, Unione Europea e Organizzazioni Internazionali, Imprese e Servizi e loro associazioni, Donors.

Nella valutazione annuale si dovrà tenere conto non solo di pubblicazioni, invited ad eventi prestigiosi, brevetti e prototipi, ma anche di sviluppi strumentali, capacità di attrazione di giovani, trasferimento di conoscenze e di tecnologie.


3.Abolizione del valore legale del titolo di studio

Il valore legale del titolo di studio è il principio in forza del quale un titolo rilasciato da un’istituzione riconosciuta dallo Stato produce effetti giuridici uniformi per tutti i suoi possessori, indipendentemente dal prestigio dell’Ateneo, dalla selettività del corso, dalla serietà del percorso formativo seguito e dai risultati effettivamente conseguiti dallo studente.
Il problema non riguarda la certificazione delle conoscenze in quanto tale. Ogni sistema formativo ha bisogno di strumenti affidabili per attestare il completamento di un percorso e il raggiungimento di determinati livelli di apprendimento. Il problema nasce quando quella certificazione viene caricata di effetti giuridici automatici, uniformi e indifferenziati, così che il titolo cessi di essere un’informazione sulla formazione ricevuta e diventi una chiave legale di accesso a impieghi, concorsi, professioni e posizioni protette.

Il valore effettivo di un percorso universitario dovrebbe emergere dal confronto tra offerte formative diverse: dalla qualità dei docenti, dalla serietà della selezione, dai risultati occupazionali e professionali dei laureati, dalla reputazione costruita nel tempo e dalla valutazione informata di studenti, famiglie, imprese e amministrazioni. Il valore legale, invece, tende a sostituire questo processo dinamico con una presunzione uniforme stabilita dall’ordinamento.

Non a caso, l’abolizione del valore legale del titolo di studio ha sempre rappresentato una battaglia liberale. Luigi Einaudi scriveva, nel 1947, in La vanità dei titoli di studio: “Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo.”

La critica di Einaudi conserva piena attualità se letta insieme alle tesi sviluppate, in tempi più recenti, da Roberto Perotti, Enrico Colombatto e Mario Libertini. Il valore legale tende a proteggere il titolo come credenziale formale, anziché premiare la qualità effettiva dell’insegnamento, della ricerca e dell’apprendimento. In un sistema nel quale titoli formalmente equivalenti producono i medesimi effetti, la concorrenza tra atenei può facilmente spostarsi al ribasso: se il prodotto finale vale comunque nello stesso modo sul piano giuridico, l’incentivo dell’istituzione può diventare quello di attrarre più studenti semplificando il percorso, anziché competere sulla qualità della didattica, sulla serietà della selezione e sull’innovazione dei curricula.

Questa considerazione si collega direttamente al tema dell’autonomia universitaria. Il valore legale del titolo è uno dei principali fattori di compressione dell’autonomia didattica, perché se tutti i titoli appartenenti alla medesima classe devono produrre i medesimi effetti, lo Stato è indotto a regolare in modo sempre più dettagliato contenuti, crediti, settori scientifico-disciplinari e requisiti dei corsi. In questo senso, il valore legale non è soltanto il prodotto del centralismo universitario: ne è anche una delle principali giustificazioni. Se lo Stato attribuisce gli stessi effetti giuridici a titoli formalmente omogenei, sarà poi inevitabilmente spinto a controllare in modo minuzioso ciò che rende quei titoli comparabili.

Ne deriva un sistema nel quale l’autonomia delle università è affermata in astratto, ma ridotta in concreto dalla necessità di garantire l’uniformità del prodotto finale. Una vera autonomia didattica richiede invece che gli Atenei possano differenziare i percorsi, innovare i curricula, sperimentare modelli interdisciplinari e competere sulla qualità effettiva della formazione offerta.
Superare il valore legale non significa passare dal monopolio della credenziale pubblica all’anarchia dei titoli privati. Significa sostituire una garanzia formale e indifferenziata con garanzie più intelligenti: accreditamento, trasparenza, valutazione degli esiti e verifiche effettive delle competenze.

Occorre dunque distinguere tra accreditamento dell’istituzione e del corso, valore informativo del titolo e abilitazione all’esercizio di professioni regolate. L’accreditamento assicura standard minimi di qualità; il titolo documenta un percorso e diventa tanto più rilevante quanto più sono trasparenti i risultati dell’ateneo che lo rilascia; l’abilitazione professionale deve invece verificare competenze effettive, capacità applicative e idoneità all’esercizio di attività che incidono su diritti, salute, sicurezza, risparmio o amministrazione della giustizia.

Il collegamento con l’accesso alle professioni è decisivo. Oggi molti percorsi universitari hanno una funzione implicitamente o esplicitamente professionalizzante, e l’accesso ad alcuni ordini professionali presuppone il possesso di determinati titoli. In una prospettiva liberale, questa relazione deve essere ripensata: il titolo universitario può restare requisito di accesso a un esame o a un percorso abilitante quando ciò sia giustificato dalla natura della professione, ma non deve operare come garanzia sostitutiva della competenza professionale. Per le professioni che incidono su beni costituzionalmente sensibili, un filtro pubblico resta necessario; esso deve però consistere in una verifica seria delle competenze, non nell’automatico riconoscimento di effetti giuridici al possesso di un titolo.

La riforma dovrebbe quindi procedere in modo graduale. In primo luogo, occorre eliminare gli automatismi per i quali il mero possesso di un titolo appartenente a una certa classe produce effetti legali indifferenziati. In secondo luogo, per le professioni regolamentate, devono essere definiti nuclei essenziali di competenze, non griglie ministeriali onnivore: pochi standard chiari, costruiti con università, comunità scientifiche, ordini professionali e soggetti rappresentativi del mercato del lavoro. In terzo luogo, gli esami di abilitazione dovrebbero essere resi più selettivi, trasparenti e coerenti con le competenze effettivamente necessarie all’esercizio della professione. Per le professioni nelle quali non sussistano ragioni imperative di interesse generale, si dovrebbe procedere a una revisione delle riserve legali e a una riduzione delle barriere corporative all’ingresso.

La stessa impostazione deve valere per l’accesso al pubblico impiego. Il superamento del valore legale del titolo rimarrebbe incompleto se, accanto all’abolizione degli effetti legali automatici del titolo, continuassero a esistere procedure concorsuali fondate esclusivamente, o in misura prevalente, sui titoli. I concorsi pubblici per soli titoli sono infatti una delle manifestazioni più evidenti della cultura della credenziale, perché consentono all’amministrazione di sostituire la valutazione diretta di capacità, competenze e attitudini con l’attribuzione meccanica di punteggi predeterminati ai titoli.
Il PLD propone, pertanto, che ogni procedura di accesso al pubblico impiego preveda sempre almeno una prova valutativa — scritta, orale, pratica o tecnico-professionale — coerente con le funzioni da svolgere, attraverso procedure imparziali, trasparenti e comparabili. Un concorso fondato soltanto sui titoli presume il merito invece di accertarlo.

Il titolo di studio può continuare a operare come requisito minimo di accesso, quando sia necessario per la natura dell’impiego, e può concorrere alla valutazione complessiva del candidato. Esso, tuttavia, non dovrebbe produrre un punteggio automatico per il solo fatto di essere posseduto. Il titolo può concorrere alla valutazione, ma deve essere considerato nel suo contenuto sostanziale, secondo criteri pubblici e predeterminati, in rapporto al profilo messo a concorso: coerenza del percorso formativo, pertinenza degli studi compiuti, eventuale specializzazione effettiva, esperienze di ricerca o applicative e risultati documentabili. In questo modo si evita sia l’arbitrio discrezionale sia l’opposto difetto del mero calcolo amministrativo delle credenziali.

Naturalmente, una maggiore autonomia degli atenei richiede anche un modello di finanziamento coerente. Se l’università restasse finanziata quasi esclusivamente attraverso trasferimenti pubblici indipendenti dalla scelta degli studenti e dalla qualità dell’offerta, la richiesta di piena libertà didattica sarebbe meno credibile. Per questo il superamento del valore legale deve accompagnarsi a un sistema nel quale una quota rilevante delle risorse segua la scelta degli studenti, sostenuta da borse, prestiti condizionati al reddito e garanzie pubbliche – come proposto al punto 2 – così da rendere la concorrenza tra Atenei compatibile con il diritto allo studio.

La linea di riforma è dunque unitaria: il titolo universitario deve documentare un percorso, non sostituire la valutazione. Dove sono in gioco professioni regolate o funzioni pubbliche, la garanzia deve spostarsi dal valore legale del titolo alla verifica effettiva delle competenze. Dove invece non sussistono esigenze imperative di tutela di interessi generali, la disciplina dovrebbe lasciare maggiore spazio alla concorrenza tra percorsi formativi, alla reputazione degli Atenei, alla scelta informata degli studenti e alla valutazione diretta da parte del mercato del lavoro e delle amministrazioni.

In questa prospettiva, l’obiettivo del PLD non è svalutare l’Università, ma restituire valore reale ai percorsi migliori. Il titolo non deve valere perché lo Stato lo dichiara equivalente a ogni altro titolo formalmente omogeneo; deve valere perché l’Ateneo che lo rilascia è serio, perché il corso è selettivo, perché i risultati sono verificabili e perché studenti, famiglie, imprese, pubbliche amministrazioni e professioni possono conoscere e valutare la qualità effettiva della formazione ricevuta. Il superamento del valore legale è quindi parte di una più ampia riforma della libertà educativa: meno uniformità imposta dall’alto, più responsabilità degli atenei, più trasparenza per gli studenti, più concorrenza sulla qualità e più serietà nell’accesso alle professioni e alle funzioni pubbliche.


4. La valorizzazione dei risultati per tradurre la ricerca di eccellenza in innovazione di sistema

Obiettivo di policy: Rafforzare la capacità del sistema Paese di valorizzare i risultati della ricerca pubblica italiana, sia sul piano produttivo – attraverso imprese innovative, licensing e collaborazioni industriali – sia su quello culturale e sociale, promuovendo diffusione della conoscenza, impatto socio-economico e competitività complessiva.

L’Italia esprime un’eccellenza scientifica riconosciuta a livello internazionale, ma incontra difficoltà persistenti nel tradurre tale capacità in innovazione applicata, prodotti commercializzabili e imprese ad alto contenuto tecnologico. Il divario strutturale tra produzione scientifica e impatto economico rappresenta una dispersione di valore pubblico particolarmente critica in un contesto globale in cui la conversione della conoscenza in crescita industriale determina la leadership tecnologica delle nazioni e rappresenta per le Università e gli EPR un grande volano per aumentare i propri bilanci (nel modello anglosassone le entrate di questo tipo insieme alle donazioni arriva al 25-30% del bilancio). Tale criticità non deriva da una carenza qualitativa della ricerca, ma da limiti sistemici nei modelli organizzativi, di governance e di policy.

In questo contesto la riforma strutturale volta a trasformare Università ed Enti Pubblici di Ricerca in Fondazioni di diritto privato a totale proprietà pubblica assume una rilevanza ancora più stringente, consentendo di migliorare significativamente l’efficacia della valorizzazione attraverso maggiore flessibilità gestionale, autonomia decisionale strategica, attrattività di competenze altamente specializzate mediante politiche retributive competitive, governance orientata ai risultati e all’impatto e una più efficiente patrimonializzazione della proprietà intellettuale come asset strategico orientato alla sostenibilità.

Nelle more dell’attuazione della riforma strutturale, è necessario comunque intervenire tempestivamente su alcune criticità prioritarie, al fine di ridurre l’attuale dispersione di valore e rafforzare progressivamente la capacità di trasferimento tecnologico e culturale del sistema.

Nonostante il riconoscimento formale, quella che non a caso è stata definita come “Terza Missione” rimane infatti marginale sul piano strategico. Gli investimenti dedicati sono limitati e residuali, i sistemi di valutazione e incentivazione non riconoscono adeguatamente le attività di valorizzazione della ricerca e gli uffici di Technology Transfer (TTO) hanno scarso peso nei processi decisionali. Ciò riflette una cultura accademica che fatica a considerare la valorizzazione come componente paritaria rispetto a didattica e ricerca fondamentale. In una prospettiva di policy, è necessario integrare strutturalmente la valorizzazione dei risultati prodotti in Università e EPR nella governance, garantendo investimenti stabili e allineando i sistemi di valutazione agli obiettivi di impatto economico e sociale.

La capacità di trasferimento tecnologico è fortemente condizionata dalla carente disponibilità di risorse umane qualificate. I TTO operano spesso con organici ridotti chiamati a coprire funzioni complesse e altamente specialistiche – dalla valutazione tecnologica e di mercato alla gestione della proprietà intellettuale, dalla negoziazione di accordi complessi allo sviluppo commerciale agli aspetti legali e regolatori. Questa insufficienza è aggravata dall’impossibilità di offrire retribuzioni competitive, dall’assenza di percorsi di carriera dedicati e dalla mancanza di programmi di formazione continua. Le politiche pubbliche dovrebbero quindi intervenire promuovendo investimenti sistematici nell’acquisizione di specialisti e nella formazione e riqualificazione del personale interno, anche attraverso la riallocazione di risorse oggi impegnate in funzioni operative automatizzabili, e favorendo modalità strutturate di accesso a competenze esterne specialistiche.

La valorizzazione della ricerca richiede investimenti continuativi e programmabili nel tempo a supporto della protezione della proprietà intellettuale, dello sviluppo di proof-of-concept (prototipi dimostrativi di fattibilità), della maturazione tecnologica, dello scouting e del marketing tecnologico. Nella maggioranza degli Atenei e degli EPR tali attività sono sostenute da finanziamenti spot, con conseguenze negative sulla pianificazione pluriennale, sulla continuità dei progetti e sulla qualità degli output. A ciò si aggiunge un disallineamento delle politiche pubbliche, che hanno privilegiato il finanziamento diretto alle imprese piuttosto che il rafforzamento delle strutture che generano i risultati della ricerca, incentivando un modello di “acquisto” dei risultati anziché di co-sviluppo e interiorizzazione. È inoltre strategico garantire accesso a fondi e facilities per prototipazione e dimostrazione tecnologica: nel contesto italiano, soprattutto per micro e piccole imprese, un prototipo funzionante risulta spesso più efficace del solo titolo brevettuale. Tali attività dovrebbero essere sostenute in modo strutturale e svolte prevalentemente all’interno degli Atenei e negli EPR, anche per ragioni di riservatezza e tutela del know-how.

Il numero di invention disclosure (segnalazioni di scoperte scientifiche), brevetti e progetti valorizzabili è strutturalmente inadeguato rispetto al potenziale della ricerca pubblica. Nelle realtà di piccole dimensioni il dealflow (flusso di progetti e opportunità di valorizzazione) è limitato sia dal numero ridotto di ricercatori sia dalla mancanza di strutture TTO adeguate, mentre negli Atenei più grandi lo scouting è spesso non sistematico, basato su relazioni personali e limitato a pochi dipartimenti. In molti casi l’approccio resta reattivo, concentrato sul filtraggio delle disclosure spontanee, senza programmi proattivi di engagement, formazione e incentivazione dei ricercatori. In una prospettiva di policy è quindi necessario rafforzare le funzioni di scouting e animazione interna e promuovere iniziative di aggregazione tra strutture di piccola dimensione, al fine di generare massa critica, densità di opportunità e modelli scalabili di trasferimento tecnologico.

La condivisione del sapere universitario come leva sistemica di ecosistema: Accanto al trasferimento tecnologico, il trasferimento di conoscenze (Knowledge Transfer) rappresenta una dimensione strategica ancora largamente sottoutilizzata. I rapporti con il sistema produttivo sono prevalentemente episodici e non strutturati, rendendo difficile per PMI e microimprese identificare competenze, laboratori e opportunità di collaborazione. Analogamente, il potenziale del Knowledge Transfer per l’attrazione dei talenti è poco valorizzato: iniziative come l’apprendimento basato su sfide reali, laboratori di innovazione ed educazione all’imprenditorialità restano episodiche e non inserite in strategie di sistema. Anche il coinvolgimento della cittadinanza è affidato a iniziative isolate, prive di una visione di lungo periodo e di obiettivi misurabili. Queste carenze producono effetti sistemici rilevanti: mancate occasioni di crescita culturale dei contribuenti con conseguente diffidenza verso l’innovazione, perdita di reputazione, riduzione delle opportunità di ricerca applicata, impoverimento del bacino imprenditoriale e indebolimento della legittimazione sociale degli investimenti pubblici in ricerca. Nonostante l’Atto di Indirizzo Strategico MUR-MIMIT 2026-2028 richiami esplicitamente la valorizzazione delle conoscenze, l’attenzione delle politiche resta concentrata quasi esclusivamente sul trasferimento tecnologico. Il rafforzamento strutturale del Knowledge Transfer emerge quindi come condizione necessaria per ricostruire un rapporto stabile tra la ricerca, le imprese e la società, che può essere invece un circolo virtuoso per la ricerca stessa.


5. Forte iniezione di risorse umane.

Nel contesto di un sistema universitario e degli EPR riformati secondo le linee indicate sopra, quindi su principi di autonomia e di responsabilità di utilizzo delle risorse pubbliche, crediamo che il rilancio della Ricerca in Italia passi anche attraverso una forte iniezione nel sistema di risorse umane (che come noto non sono un costo puro in quanto si portano dietro risorse dall’esterno) e una maggiore valorizzazione dei giovani. Considerato che oggi i ricercatori Italiani sono un terzo in meno di quelli tedeschi e circa la metà di quelli francesi, proponiamo l’apertura di un grande bando internazionale a carico dello Stato per posizioni di tenure track trasformabili in posizioni permanenti dopo un certo numeroanni a carico dei bilanci dei singoli Atenei/EPR.

In questo caso si propone una deroga al principio del niente soldi in più finché non è cambiato il sistema: la Ricerca e l’Alta formazione sono i pilastri dello Sviluppo del Paese e quindi meritano un investimento, senza il quale l’Italia è destinata sempre più ad impoverirsi culturalmente e in capacità di progettazione del futuro, a favore dei Paesi che attraggono facilmente i giovani con buoni stipendi e opportunità.


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Pd vota il nostro emendamento contro gli stage eterni invece di nuove tasse

Ieri la segretaria Schlein e il Partito Democratico hanno proposto di introdurre una nuova tassa sul


Ieri la segretaria Schlein e il Partito Democratico hanno proposto di introdurre una nuova tassa sulle imprese per dare 200 euro al mese ai giovani neo-assunti.
Sbagliata sia la copertura (ancora altre tasse ?!?!) che la finalità (non è per 200 euro in più che i giovani rimangono in Italia).
Oggi stesso però il Partito Democratico ha l’opportunità di fare qualcosa di realmente utile per i giovani: in Commissione Lavoro si vota l’emendamento del Partito Liberaldemocratico che limita a 18 mesi il tempo complessivo che un giovane può passare in stage, per evitare i fenomeni di abuso che vediamo nel mondo del lavoro.
Perché - invece del solito “tassa e spendi” - il Pd non vota questo nostro emendamento ?
Questa vicenda ci mostra i differenti approcci: per il Campo Largo la soluzione ai problemi è sempre “tassa di più e spendi di più”.
Per noi del Partito Liberaldemocratico è far funzionare meglio il sistema.


Il voto delle donne: pilastro della Repubblica e della nostra democrazia

Il suffragio universale in Italia è il principio costituzionale che garantisce il diritto di voto a


Il suffragio universale in Italia è il principio costituzionale che garantisce il diritto di voto a tutti, vero strumento di libertà individuale, partecipazione politica ed eguaglianza. Il 2 giugno 1946 le donne erano la maggioranza dell’elettorato (poco più della metà), quindi la loro partecipazione fu numericamente enorme e diede al risultato un peso e una legittimità che altrimenti non avrebbe avuto. In questo senso il loro voto fu parte essenziale della nascita della repubblica.


Repubblica a 80 anni: una garanzia concreta per il futuro dei giovani

Ottant’anni fa la Repubblica italiana nasceva da una scelta di libertà, speranza e fiducia nel futur


Ottant’anni fa la Repubblica italiana nasceva da una scelta di libertà, speranza e fiducia nel futuro.
Oggi, a distanza di ottant’anni, la sfida è diversa ma altrettanto importante: fare in modo che la Repubblica sia percepita dai giovani non come qualcosa di distante, ma come una garanzia concreta per la loro vita.
Una Repubblica che difende la libertà di scegliere il proprio percorso. Che crea opportunità e non privilegi. Che premia il merito senza dimenticare chi parte da condizioni più difficili. Che offre ai ragazzi la possibilità di costruire il proprio futuro senza essere costretti a cercarlo altrove.
Le Madri e i Padri #Costituenti ci hanno consegnato una democrazia. Sta a noi renderla ogni giorno più forte, più moderna e più vicina alle nuove generazioni.
Perché una #Repubblica è davvero viva quando chi è giovane non la considera un’eredità del passato, ma una promessa per il proprio futuro.
Buona Festa della Repubblica. 🇮🇹 #80annidilibertà


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