Un mondo instabile alla ricerca di un nuovo modello economico e sociale

Un mondo instabile alla ricerca di un nuovo modello economico e sociale.

La necessità di un Liberalismo Democratico ed Europeista.

di Enrico Traino

I modelli economici e sociali che hanno caratterizzato il secolo scorso sono in crisi, apparentemente inadeguati al nuovo secolo, ed un nuovo equilibrio non è all’orizzonte; lo scenario attuale è pertanto caratterizzato da forte instabilità ed elevata incertezza.

Per individuare le possibili soluzioni è utile inquadrare i fenomeni in una prospettiva storica.

Il primo modello ad imporsi in Europa e negli Stati Uniti in età contemporanea fu il capitalismo ottocentesco, che trovava la sua giustificazione ideologica in una visione utopica del libero mercato, così come teorizzata da Adam Smith con la sua “mano invisibile”; grazie ad essa, in un mercato libero la ricerca egoistica del proprio interesse condurrebbe al benessere dell’intera società.

Il miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte degli individui era tuttavia considerato un risultato accessorio, poiché il capitalismo primigenio non si poneva affatto il problema di migliorare le sorti della maggioranza della popolazione, che considerava mera forza lavoro da sfruttare in cambio di un salario. Quando, nel 1848, Marx ed Engels scrissero il “Manifesto del Partito Comunista”, le condizioni di vita della maggioranza della popolazione erano di fatto al limite della sopravvivenza.

L’ideologia comunista, nata dalla legittima aspirazione delle fasce sociali più disagiate a migliorare le proprie condizioni ed a rendere la società più equa, si pose quindi come alternativa al capitalismo industriale ottocentesco.

Il tentativo di mettere in pratica questa ideologia tuttavia si è rivelato nel tempo ed in tutta evidenza un modello sociale ed economico fallimentare: gli stessi partiti comunisti occidentali avevano perso gran parte della propria base sociale già prima d’essere sepolti dalla caduta del muro di Berlino.

            A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e per più di un trentennio, sino agli anni Ottanta del secolo scorso si è affermato un terzo modello, a metà strada tra capitalismo e comunismo. Nei paesi dell’Europa occidentale, un capitalismo temperato da politiche sociali, un “capitalismo democratico, consentì un prolungato e costante sviluppo non solo economico ma anche sociale.

Questo progresso diffuso fu reso possibile dal sussistere di particolari condizioni socio-politiche; esso si basava infatti su un compromesso virtuoso, su un vero e proprio Patto Sociale, in virtù del quale allo sfruttamento del lavoro e alla sua trasformazione in merce corrispondevano l’inurbamento, l’emigrazione dalle campagne e la fuga dalla povertà endemica che le affliggeva, e gradualmente veniva realizzandosi la trasformazione del proletariato urbano in un insieme di cittadini con uguali diritti. Nasceva la “civiltà del lavoro”, una società in cui i capitalisti come Ford negli Stati Uniti ed Agnelli in Italia sfruttavano sì i loro operai, ma nel contempo corrispondevano a questi salari sufficienti a permettere loro di acquistare le automobili che producevano. Gli industriali, pur conservando una posizione di dominanza, erano costretti tuttavia a trattare con i sindacati dei lavoratori; il risultato di tale contrapposizione dialettica produceva uno sviluppo economico che si riversava su tutte le classi sociali. L’interazione tra i partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale ed il capitalismo democratico ha creato le fondamenta dello Stato sociale così come lo conosciamo oggi.

A partire dagli anni Ottanta, però, il meccanismo ha iniziato ad incepparsi, allorché il mondo finanziario ha iniziato a far circolare liberamente i capitali mondiali e al tempo stesso, a creare meccanismi finanziari capaci di moltiplicare una ricchezza in buona parte virtuale senza contropartita nella produzione reale.

La finanza globale ha iniziato gradualmente a prevalere su ogni altra forza politica, economica o sociale, trasformando il capitalismo democratico in quello che è stato definito “turbo-capitalismo”.

“ll capitalismo è morto per overdose, perché ha avuto troppo successo. (…) Il capitale avanza, la democrazia indietreggia. Saltano i vincoli politici e istituzionali che avevano trattenuto «gli spiriti animali» del capitalismo, che vince, ma vince troppo”). È stato di fatto ribaltato “quel patto sociale post-bellico che vedeva i mercati addomesticati dalla democrazia. Considerata produttiva nel keynesismo, la democrazia egualitaria diventa un ostacolo all’efficienza. (…) La rottura del rapporto tra il capitalismo e la democrazia rende, oggi più che mai, un tutt’uno la questione sociale e la questione democratica” (1). (Wolfgang Streeck, Max-Planck Institut di Colonia)

Il prevalere del turbo-capitalismo e l’avanzata di multinazionali globali, le quali con la complicità di alcuni governi pagano tasse irrisorie sui loro profitti, sottraendoli quindi alla comunità dei cittadini, e che usano il loro immenso potere economico per condizionare l’azione dei legislatori, ha di fatto rotto il compromesso fra capitale e lavoro ed i meccanismi di redistribuzione inclusiva su cui le democrazie occidentali hanno prosperato per decenni a partire dal dopoguerra.

Come può dirsi democratica una società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi ed il benessere non ricade sulla maggior parte della popolazione? Questo è esattamente ciò che sta accadendo, sia pure con intensità diverse, in tutte le nazioni occidentali(3) e questo ingenera inevitabilmente l’emersione e la crescita di fenomeni populisti.

Per combattere il populismo, degenerazione della dialettica democratica, è necessario comprendere appunto che questo non è semplicemente un prodotto dei media digitali, che pure certamente contribuiscono a veicolarlo e ad amplificarlo con le loro distorte pseudo-informazioni virtuali, ma un frutto malato che si sviluppa su un terreno socio-economico del tutto reale.

I dati statistici confermano infatti come a partire da metà degli anni Ottanta le disuguaglianze, che si erano ridotte costantemente per i quattro decenni precedenti, hanno ricominciato a crescere, in maniera marcata negli Stati Uniti, ma anche nei paesi dell’Europa continentale, sia pure in maniera meno estrema grazie a sistemi maggiormente solidaristici e redistributivi.

In sintesi, da 40 anni il modello economico attuale ha smesso di riversare i suoi effetti positivi sulla maggior parte della popolazione, ed avvantaggia in maniera sproporzionata chi si trova al vertice della piramide.

I dati non sono sempre facilmente disponibili, ma da studi più approfonditi effettuati su singoli Paesi(2) risulta evidente che ad accaparrarsi porzioni crescenti della ricchezza complessivamente prodotta, contrariamente a quanto spesso viene grossolanamente riportato, non è l’1% della popolazione, ma più correttamente, all’interno di questo 1%, è più specificamente lo 0,1% o addirittura lo 0,01% in cima che vede crescere di più redditi e patrimoni.

Andamento della % di Reddito guadagnata dall’1% più ricco della popolazione

in alcuni paesi occidentali (1940-2024) -  Fonte: World Inequality Data Base

La soluzione a questa crisi va ricercata in un modello che costituisca la sintesi tra liberismo e solidarietà, appunto un ritrovato Liberalismo Democratico.

In Italia questa sfida è ancora più essenziale, perché il nostro Paese non ha mai avuto un governo Liberale, basato sulla meritocrazia, sulla libera concorrenza, sul libero mercato come unico modo di “far crescere la torta”, sul rispetto quasi sacrale per le risorse ottenute con le tasse dei cittadini. Risorse sacre, da gestire quindi alla luce della continua ricerca dell’efficienza e anche della trasparenza integerrima.

È necessario allora finalmente in Italia un approccio liberale, perché se il nostro Paese continuerà ad essere ostaggio di corporazioni e giochi di potere e di una gestione clientelare della cosa pubblica non ci sarà più nessuna torta da spartire.

Allo stesso tempo, è impossibile pensare di governare e sconfiggere i populismi senza intaccare le cause sociali ed economiche sui cui si basa, e quindi senza un approccio democratico ed orientato anche alla giustizia sociale, senza porsi il problema di dare risposte alla oggettiva crescente disuguaglianza.

Si impone dunque la necessità di un approccio Liberale, ma anche Democratico.

Nel contempo, parafrasando Croce, nel contesto attuale è impossibile non dirsi anche Europeisti. Infatti, per proteggere la Democrazia dalla minaccia populista, che la corrode dall’interno, è necessario come si è detto che essa sia efficace, che riesca a fornire risposte ai cittadini. Ma le democrazie attuali sono innanzi tutto democrazie nazionali, ancorate al concetto di Stato-Nazione e quindi intrinsecamente inadeguate a governare fenomeni sempre più sovranazionali. Anche per questo è entrato in crisi il concetto stesso di Democrazia: a cosa serve infatti la Democrazia se non mi difende, se non migliora le mie condizioni di vita, se non riesce a dare risposte ai miei bisogni, se percepisco una crescente ingiustizia sociale?

“Il capitalismo globale non può essere governato dalla democrazia nazionale. Al contrario, la evira. Dal momento che la democrazia globale è inconcepibile, ne risulta che il capitalismo globale è incompatibile con la democrazia. (…) È molto più pericoloso lasciare indifesi individui, famiglie, economie regionali e nazionali rispetto ai capricci dei mercati internazionali, con il rischio che cerchino protezione nei Trump e nelle Le Pen di turno” (1).

In risposta all’insoddisfazione della classe media, la soluzione dei populisti è tornare ai modelli del passato, ai nazionalismi, magari alle guerre commerciali ed al protezionismo anteguerra come stanno facendo gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, che ha ormai enunciato con chiarezza di vedere l’Unione Europea non più come un partner ma come un avversario strategico.

Di fronte a questa doppia sfida – da parte dei populismi che le minano dall’interno e delle potenze avverse (Cina, Russia alle quali ora vanno aggiunti, forse permanentemente, gli Stati Uniti)

l’unica soluzione possibile per potenze di media dimensione come i Paesi europei è al contrario avviare finalmente un processo di conversione di un nocciolo limitato di Stati verso una struttura sempre più profondamente federale.

È il concetto dell’Europa “a cerchi concentrici”, o “a più velocità”: partire da un numero di Paesi già simili, e renderli sempre più omogenei a partire dalla creazione di un unico mercato dei capitali e dalla progressiva integrazione dei sistemi di difesa, sino all’armonizzazione delle regole di tassazione dei redditi personali e d’impresa, inclusi i colossi del web  le imprese sovranazionali, che oggi di fatto sottraggono la gran parte dei propri profitti ad ogni ragionevole e legittima tassazione.

Il modello a cui tendere dovrebbe essere un’Europa liberale ma solidale, che rafforzi le proprie politiche industriali, che propugni innanzi tutto l’efficienza, prerequisito indispensabile per poter attuare politiche di welfare attente ai diritti dei lavoratori, alla sicurezza del lavoro, alla crescita dei salari, al diritto alla salute.

Siamo entrati in un periodo di elevata instabilità e di insoddisfazione dei cittadini verso la democrazia, e la storia insegna che quando si verificano queste condizioni, c’è il rischio concreto dell’emergere di fenomeni autoritari, dei quali i populismi sono spesso precursori.

Per l’Europa sembra avvicinarsi il tempo dell’ultima chiamata: il progetto di una Federazione Europea forse non è mai stato difficile come oggi, ed al contempo non è mai stato più necessario.

  • Dall’intervista di Wolfgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut di Colonia a L’Espresso.
  • Inequality and the super-rich, Daniel Waldenström – Research Institute of Industrial Economics and Paris School of Economics – January 2017
  • World Inequality Data Base – https://wid.world/data/

Enrico Traino
13.12.2025


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


RINNOVO “COLLEGIO” ARERA (Autorità Energia)

NOTA

RINNOVO “COLLEGIO” ARERA (Autorità Energia)

POLITICHE DI TUTELA DEI MERCATI

di Mauro Antonetti

Premessa

La ARERA  (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente)  per disposizione di legge costitutiva è una Autorità indipendente che dovrebbe garantire con la sua attività, interloquendo e interagendo con il Parlamento, Governo ed altre Istituzioni mercati competitivi e la qualità di servizi e la correttezza dei rapporti commerciali. Questa capacità richiederebbe la  costituzione del collegio con figure competenti e con una sostanziale “autonomia” (che derivi dalle precedenti esperienze, dalla effettiva conoscenza delle materie trattate e dalla concreta esclusione, anche con la presenza di adeguati vincoli normativi,  che il futuro professionale ed economico dei componenti del collegio possa essere condizionato  da operatori del settore che viene regolato. In realtà le ultime formazioni del collegio sono state deludenti per una sostanziale carenza sia dei profili “professionali” che per essere stati tendenzialmente “estratti” da ambienti spesso “partitici” non qualificati.

Il deficit, ormai consolidato, nella composizione e nei comportamenti dei collegi si è anche recentemente rilevato palesemente quando l’ARERA non ha  reagito nel caso in cui il governo è’ intervenuto “prolungando”, in modo improprio, sia le concessioni dei distributori, che le concessioni idroelettriche.

 Al riguardo intervenne correttamente il nostro Segretario Marattin con la denuncia: 1.  dell’omissione del metodo generale di esecuzione delle gare;

  1. di aver consentito agli operatori di gravare sulle tariffe future dovute dai clienti finali gli oneri che i distributori avevano sopportato come corrispettivo del prolungamento delle concessioni) , escludendo, pertanto il mercato da ogni beneficio.

 Un altro caso si è verificato quando le tariffe (e i margini) di Terna si sono rivelati abnormi, come livello eccessivamente elevato  (al riguardo, la “garanzia” risulta particolarmente robusta poiché  la “copertura” è costituita dalle bollette dei clienti finali).

In effetti, dal punto di vista della conservazione dei mercati, alla trasparenza  e delle norme principali relative alla qualità del servizio e alla correttezza delle transazioni a tutela dei clienti finali un collegio soddisfacente è stato, dopo il primo meritevole(fondante), è stato il secondo collegio, quello presieduto da Alessandro Ortis (non a caso di matrice liberale). Il successivo collegio è stato meno incisivo e l’attuale è assolutamente deficitario. In realtà è fondamentale che vengano ristabiliti criteri di competenza, di indipendenza e di trasparenza al fine di restituire all’ARERA le abilità e le capacità necessarie.

Decreto del Governo.

La maggioranza di Governo (e alcune opposizioni) hanno difficoltà a concludere le negoziazioni relative alla costituzione del “collegio”.

  1. Il Governo, non in grado di affrontare la tematica in modo politicamente adeguato e in difficoltà a gestire i rapporti interni alla maggioranza (e con alcune opposizioni) ha approvato un decreto per una ulteriore proroga potenzialmente estesa al 31 dicembre 2025.
  2. I poteri dell’ARERA risultano, tra l’altro, ulteriormente diminuiti nel transitorio con obblighi periodici di rendicontazione in sede

Conclusioni

La proroga del mantenimento in esercizio di ARERA va considerata un espediente del Governo (e di una convergente parte delle opposizioni) per superare una fase difficile di trattative inadeguate.

Il punto di vista liberaldemocratico dovrebbe trattare il tema come un tratto fondamentale nel limitare, specie in settori in cui i mercati sono fortemente asimmetrici (con forti rischi di monopoli, specie in concessione, monopoli ed oligopoli) la concentrazione di potere di tipo privato e, ancor più di tipo pubblico. La istituzione e il mantenimento di  Autorità indipendenti e competenti va affrontato seriamente eventualmente adottando ulteriori norme adeguate e , comunque applicando nel modo più rigoroso la ricerca di figure indipendenti e competenti che possano conservare, nel tempo, anche a valle del proprio ruolo il necessario distacco,

La questione è, pertanto, di sistema e, oltre varie possibili iniziative:

  1. Le opportune iniziative di Segreteria (attiva opportunamente sul tema dei mercati) anche nella fase più immediata (in Azione esiste una competenza da maneggiare in modo attento)
  2. Attivazione del tema nella sede della Direzione Nazionale e della Assemblea Nazionale
  3. Attivazione anche di iniziative di maggior ampiezza e articolazione nelle sedi ulteriori: gruppi di lavoro dedicati e Comitato Tecnico e Scientifico.

Mauro Antonetti
12.10.2025


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


Legge 194, l’emblema del liberalismo… che sia la strada per una legge per il fine vita

Legge 194, l’emblema del liberalismo… che sia la strada per una legge per il fine vita

di Luca Boccardo

Con la premessa che l’attuazione imperfetta della legge non ne compromette la struttura perfetta.

Nei successi legislativi che rappresentano l’essenza dei valori liberali, la Legge 194 è, a mio parere, tra i punti culminanti. Un successo di progressivismo e autonomia, una dimostrazione che il liberalismo è la strada giusta. Attuata nel 1978, questa legge ha legalizzato l’interruzione di gravidanza, garantendo alle donne un loro diritto fondamentale. La Legge 194 è un pilastro dei princìpi di libertà individuale, di libertà di scelta e di responsabilità sociale. Riflettendo su questo successo, è evidente che necessitiamo di una struttura simile per ogni altra legge che riguarda la libertà di scelta individuale su temi a valenza morale e sociale, a cominciare con una libertà che ci è ancora vietata: il diritto all’eutanasia.

Legge 194 come modello per il liberalismo

La Legge 194 fu introdotta in un periodo in cui il bisogno per l’aborto legale e sicuro stava diventando sempre più evidente e urgente. Fu la risposta alle condizioni degradanti e pericolose in cui le donne si trovavano nel tentativo di abortire, ma anche all’obbligo di tenere un bambino non voluto e crescerlo in condizioni precarie. Legalizzando e regolamentando l’aborto, la legge mirava a proteggere la salute e la dignità della donna, garantendo loro il diritto di scegliere.

Nella sua essenza, la Legge 194 incarna il principio fondamentale liberale dell’autonomia individuale poiché emancipa la donna, garantendole la possibilità di decidere autonomamente sulle proprie gravidanze, libera da influenze esterne, assicurandole al contempo pratiche mediche sicure e accessibili. Questa legge, fornendo un quadro legale che rispetta i diritti individuali, protegge la libertà personale, permette alle donne di determinare il proprio percorso di vita e rispetta i valori individuali dei medici, cui è consentita l’obiezione di coscienza in modo da lasciar loro la libertà di operare secondo i propri principi. La struttura di questa legge, non solo offre la possibilità di scegliere l’interruzione della gravidanza, ma prevede anche il supporto concreto alle donne in situazioni di vulnerabilità, offrendo assistenza economica e sociale a chi decide di portare avanti la gravidanza, valorizzando così la dignità e l’autodeterminazione di ciascuna.

I princìpi liberali che sottendono alla Legge 194 sono altrettanto rilevanti per il fine vita. Al centro del dibatti pubblico, emerge la domanda fondamentale legata all’autonomia individuale e il diritto di decidere la propria strada. In entrambi i casi, la legge rappresenta un pilastro della libertà personale, riflettendo l’importanza di garantire a ogni individuo il diritto di autodeterminazione tramite una scelta consapevole.

La strada per le legge per l’eutanasia

Una legge per il fine vita dovrebbe rispecchiare pienamente i princìpi della Legge 194, enfatizzando le decisioni informate, consensuali e guidate, il tutto garantendo la protezione dei diritti individuali. Essa deve tutelare il diritto di scelta, sia da parte del richiedente che da parte del medico. Un percorso strutturato dovrebbe accompagnare le persone nel processo decisionale, garantendo che ogni scelta sia consapevole e convinta. Questo percorso deve includere consulenze mediche, psicologiche e legali per assicurare che tutte le opzioni siano esplorate e comprese appieno. La Legge 194 è un trionfo dei valori liberali e il diritto all’eutanasia rappresenta un’estensione naturale degli stessi valori che ne sono alla base.

È tempo di estendere questi valori a una legge per il fine vita, assicurando che ogni persona abbia il diritto di scegliere consapevolmente la propria strada. Usiamo la struttura della Legge 194 per creare una società più compassionevole che rispetti l’autonomia e la dignità de ciascuno di noi.

Luca Boccardo
07.09.2025


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


Costruire l’Europa

Costruire l’Europa

di Enzo Tieri

‘Siamo tutti popperiani’: sono grato ad un – non conosciuto –  amico Libdem per questa espressione, in cui mi riconosco pienamente. Se c’è possibilità d’incontrarlo ne sarò lieto.

 

Karl Raimund Popper, uno dei più grandi pensatori liberali di tutti I tempi, è particolarmente noto per “La società aperta e I suoi nemici”, testo con affermazioni di valore perenne in cui polemizza tra l’altro con grandi personaggi della filosofia greca di tremila anni fa. Dalla sua opera citiamo: “La domanda Chi deve governare? presuppone  tacitamente che il potere politico è essenzialmente incontrollato…ma ciò porta ad un nuovo approccio al problema della politica perchè ci costringe a sostituire alla vecchia domanda la nuova domanda Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?…L’autoritarismo tende in genere a scegliere coloro che obbediscono, che soggiaciono alla sua influenza. Ma, per fare ciò, è costretto a scegliere I mediocri” (dal cap.7, il principio della leadership),

La famiglia politica liberale si distingue per il suo focus preminente sulla liberta, la libertà personale. E questo è assolutamente connesso al principio di responsabilità individuale. Quindi, è un approccio con una priorità favorevole all’iniziativa individuale, piuttosto che all’jnvocazione – o all’attesa passiva – dell’operare di pubbliche autorità.

 

Il Partito Liberaldemocratico è membro dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa – ALDEparty. Per parte mia, sono ALDEparty Supporter, cioè membro – dalla fondazione nel gennaio 2024 – dell’organizzazione collaterale del partito europeo. Guardare alla politica a livello di Unione Europea significa mettere in comune le migliori esperienze, le migliori prassi nazionali; ciò, a beneficio di tutti i cittadini (è il concetto di ‘stronger together’, più forti insieme). Dobbiamo mettere in comune a livello di Unione Europea più competenze: se alziamo lo sguardo a livello internazionale, vediamo un mondo molto più instabile di appena poco tempo fa, in cui la logica di potenza (degli USA, della Cina) travolge gli equilibri costruiti a partire dal 1945. In un mondo in veloce cambiamento, l’Europa deve muoversi, se non vuole semplicemente subire le politiche altrui. Come scrive l’ex-presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi nel suo Report presentato il 09.09.2024, “Se l’Europa non è in grado di divenire più produttiva…non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Dovremo ridimensionare alcune delle nostre ambizioni. se non tutte”.

Nella prefazione del Report, Draghi usa l’espressione “popolo dell’Unione Europea” al singolare (cioè, non dice: popoli). Purtroppo, dobbiamo constatare, questo popolo unico NON esiste. Esistono almeno 27 popoli nell’Unione, 27 classi politiche che parlano ciascuna un linguaggio nazionale, 27 pubbliche opinioni a cui i mass media parlano in una logica nazionale; Bruxelles non è mai definita “capitale europea” ma “capitale del Belgio”.

Costruire l’Europa ci conviene perchè ci rende più resilienti in un mondo più instabile.

Costruire l’Europa significa non aspettare semplicemente le Elezioni Europee del 2029 per portare avanti i valori comuni.

Costruire l’Europa significa approfondire la conoscenza reciproca tra i popoli; in questo, l’iniziativa della Capitale Europea della Cultura per le confinanti Gorizia (Italia) e Nova Gorica (Slovenia) è un luminoso esempio. “Sul confine, per anni, filo spinato, guardie armate, spari, morti”: è la testimonianza riportata sulla City Map 2025 per  l’epoca in cui la Slovenia non era indipendente, prima che si liberasse della dittatura comunista. Ora le 2 città, italiana e slovena, sono affratellate in amicizia.

Questa è una strada giusta per costruire l’Europa, avanti così! 

Enzo Tieri
30.07.2025


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


Appunti per una possibile riforma della contrattazione collettiva e delle relazioni industriali

Appunti per una possibile riforma della contrattazione collettiva e delle relazioni industriali

di Mario Ongaro

Appunti per una possibile riforma della contrattazione collettiva e delle relazioni industriali

 

All’indomani dei referendum promossi dalla CGIL (il cui ampiamente mancato raggiungimento del quorum ne certifica il fallimento nel merito e nell’obbiettivo politico) e riflettendo sulle ottime proposte di Luigi Marattin in tema di detassazione degli incrementi salariali aziendali contrattati come premi di produttività (detassazione da coniugare con correlativi incentivi fiscali per la fusione di aziende finalizzata alla loro crescita dimensionale), mi convinco sempre più della necessità e urgenza di una profonda riforma dei livelli di contrattazione e delle relazioni industriali.

Per molti aspetti infatti siamo ancora nella logica del Protocollo del 23 luglio 1993, che ebbe un’importanza strategica nella ricostruzione di un sistema di contrattazione collettiva a due livelli e nello stabilire un ruolo di concertazione delle parti sociali nella politica dei redditi (dopo l’abolizione della scala mobile del 1991/92), ma che assegnava spazi molto ristretti alla contrattazione salariale aziendale e di gruppo, accentuando il ruolo già preponderante del contratto nazionale (CCNL).

È di tutta evidenza che da molti anni ormai non si fa più né politica dei redditi né concertazione, ma è rimasta la centralizzazione contrattuale. Furono tentate alcune parziali riforme nel 2011 e 2012 per ampliare gli spazi di contrattazione aziendale del salario, con alcuni risultati interessanti ma senza sostanzialmente cambiare la struttura di una contrattazione collettiva fortemente centralizzata nel vincolo del “divieto di duplicazione”, a livello aziendale e di gruppo, di materie già normate dal CCNL.

La diffusione crescente di contratti aziendali imperniati su welfare e previdenza integrativa è stato anche un modo di bypassare quel vincolo e distribuire indirettamente comunque salario aggiuntivo.
Sarebbe assolutamente urgente destinare risorse della contrattazione aziendale e di gruppo anche al Lifelong Learning, come da tempo si fa in tanti paesi europei, quale strumento ineludibile per l’occupabilità e per la riqualificazione di intere generazioni di lavoratrici e lavoratori.

Resistenze imprenditoriali a limitare al massimo la quota di salario aziendale contrattata coi sindacati, tenendosi liberi di distribuire premi discrezionali ad personam, si sono saldate con resistenze delle Segreterie nazionali dei sindacati che, nel difendere inflessibilmente il CCNL hanno difeso il loro ruolo fondamentale in termini di titolarità negoziale.

Lo sciagurato referendum del 1995 che abolì l’art.19 dello Statuto dei lavoratori togliendo priorità negoziale ai sindacati maggiormente rappresentativi, ha dato tra l’altro agibilità a sindacatini per niente rappresentativi -e più che altro gialli- di concludere accordi nazionali al ribasso (sul tema i dati del CNEL sono chiarissimi).

La preponderanza del CCNL si è poi tradotta in paralisi contrattuale, laddove nessun CCNL viene rinnovato alla scadenza e non pochi CCNL attendono anni per essere rinnovati, con buona pace della tutela del salario dall’inflazione.
A fine marzo 2025 erano ancora 35 i CCNL non rinnovati per conto di oltre 6,2 milioni di lavoratrici e lavoratori (47.3% del totale). Tra questi mancati rinnovi spicca quello dei metalmeccanici, i cui sindacati confederali hanno proclamato uno sciopero nazionale unitario il 20 giugno per l’intera giornata a sostegno della loro vertenza.

In questo quadro, che dire allarmante è dire poco e che dovrebbe questo sì mobilitare l’intero movimento sindacale italiano per riuscire a FARE contrattazione collettiva, si sono innestati i referendum contro quel che resta del Jobs Act e contro il precariato, mentre, non perché lo dice Meloni ma perché lo dice Istat, l’Italia tocca il record degli occupati con una crescita largamente trainata da contratti a tempo indeterminato e contratti a termine precari in continua diminuzione.

Va anche detto però che:

  • dentro questa crescita occupazionale proliferano i part-time involontari alimentando il lavoro povero;
  • il tasso di occupazione legale italiano è ancora 10 punti sotto la media europea;
  • l’enorme incremento dei lavoratori over 50 fotografa un drammatico dato demografico e generazionale di invecchiamento.
  • Meloni dice la verità sul bassissimo tasso di disoccupazione, ma c’è anche un esercito di sfiduciati del 30% che non cerca occupazione insieme a quel 23% di giovani Neet, percentuali nell’ambito delle quali prolifera il lavoro nero. cioè un’altra fetta di lavoro povero.

Come si spiega il trend assolutamente inedito di crescita occupazionale a fronte di una stagnazione della produttività?
Una risposta, peraltro a inquietante conferma dell’enormità del problema dei bassi salari italiani, è che a molte aziende, specie nel terziario, costa meno investire in forza-lavoro anziché investire in innovazione tecnologica per aumentare la produttività.

I due grandi problemi sono appunto la bassa produttività e la bassa dimensione delle imprese, dimensione che fra l’altro si riflette nel gap dei salari medi intorno ai 37.000 Euro nelle grandi imprese e intorno ai 26.000 nelle PMI.

Dunque la detassazione dei premi di produttività e gli incentivi fiscali alla fusione delle piccole imprese sono misure da collocare all’interno di una contrattazione collettiva che sappia premiare la produttività e sappia incentivare la crescita professionale della forza-lavoro, anziché delegare alla magistratura e alla legge la fissazione del salario minimo, una riforma che, mettendo al centro le aziende e i gruppi di aziende (filiere e territori per li PMI), si colleghi anche alla Direttiva EU 2009/38 sui Comitati Aziendali Europei (CAE) recentemente riformata e alla Direttiva 2001 86 sulla Società Europea, quali strumenti di rappresentanza dei lavoratori nei gruppi transnazionali con compiti di informazione e consultazione preventiva rispetto all’attuazione delle decisioni aziendali.

Non si tratta di smantellare il CCNL, ma di assegnargli il ruolo di:

  • perimetro dell’area contrattuale;
  • fissazione degli orari massimi di lavoro e del numero medio di ore mensili lavorate;
  • fissazione dei minimi salariali e tabellari, nell’ambito di inquadramenti professionali all’interno dei quali si possa liberamente dispiegare la contrattazione in azienda, nei gruppi di aziende, nelle filiere e nei territori.

Su questo tema io credo si possa innestare anche una riforma delle relazioni industriali in direzione della codeterminazione, partecipazione e cogestione, da una parte analizzando potenzialità e limiti ad esempio del modello tedesco e dall’altra dando attuazione all’art.46 della nostra Costituzione repubblicana.

Esiste però un altro articolo della Costituzione da applicare ed è l’art.39, da porre a fondamento di una riforma della rappresentanza sindacale e della misura della rappresentatività sindacale.

In tema di codeterminazione e partecipazione dei lavoratori nelle imprese, tra l’altro, questo 10 giugno entra in vigore in Italia la nuova legge, promulgata a seguito dell’iniziativa della CISL. Senza entrare qui nel merito, mi limito qui a sottolineare che, rispetto al testo iniziale, questa nuova legge non prevede più l’obbligo di attuare la partecipazione attraverso la contrattazione collettiva, ma solo la possibilità che le aziende adottino la partecipazione dei lavoratori nei propri statuti. Si tratta quindi di una possibilità del tutto discrezionale di parte imprenditoriale e non più di un risultato vincolante della contrattazione collettiva.

In conclusione, ho cercato con questi appunti di mettere in fila una serie di questioni che il PLD dovrebbe mettere in agenda, anche tenendo conto della scarsa o nulla attenzione che ricevono dai populismi di sinistra e di destra.

Mario Ongaro
10.06.2025


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


Referendum: strumento fondamentale, da riformare

Referendum: strumento fondamentale, da riformare

di Franco Cibin (Padova)

 

Referendum: strumento fondamentale, da riformare

L’8 e 9 giugno prossimi saremo chiamati ad esprimerci in 5 referendum (4 in materia di lavoro e 1 sulla cittadinanza). Si tratta di consultazioni su temi importanti ma che quasi sicuramente finiranno in un nulla di fatto per il mancato raggiungimento del quorum. Basti pensare che l’ultimo referendum abrogativo ad avere superato il quorum risale ormai al 2011.

Al di là del merito dei quesiti, si pone un problema serio: pressoché l’unico strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione è di fatto inutilizzabile a causa del quorum come oggi strutturato (art. 75, comma 5: “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.”).

L’origine del quorum

L’articolo 75 (come il resto della nostra Costituzione) è stato scritto nel biennio 1946-1948 dall’Assemblea costituente. In tale contesto, il referendum è stato introdotto come innesto di democrazia diretta in un impianto basato sulla democrazia rappresentativa: in altri termini, se i parlamentari (democrazia rappresentativa) votano una legge che i cittadini ritengono sbagliata, a certe condizioni, i cittadini stessi possono votare per abrogare quella specifica legge (democrazia diretta). Chiaramente, non si poteva (né si può ora) prevedere che una consultazione poco partecipata abroghi una norma voluta da chi (il Parlamento) rappresenta tutti i cittadini: ecco che allora si deve prevedere una partecipazione minima per la validità del referendum (il quorum, appunto).

La domanda è allora: posto che l’idea alla base della previsione di un quorum è sacrosanta, ha senso oggi tenere la “soglia” al livello del 1946? E calcolarla con le stesse meccaniche?

Contesto diverso?

Partiamo da un dato di contesto: alle elezioni del 1946 per eleggere l’assemblea costituente, l’affluenza fu del 89%, alle elezioni politiche del 1948 fu del 92 (e ancora nel 1992 era dell’87%).

Nel 1946-48 (quando fu scritto l’articolo 75 della Costituzione) prevedere che una consultazione cui prendesse parte meno di un italiano su due fosse invalida aveva una sua logica. Si poteva assumere che tutti i cittadini fossero interessati “di base” (vista anche l’affluenza sopra evidenziata), ergo se metà non andava a votare ad un referendum quel certo tema posto non era di interesse e, di conseguenza, non potevano quei “pochi” andati a votare stravolgere una norma votata dal Parlamento (che rappresentava tutti i cittadini- come oggi si intende, ma con quelle affluenze anche la rappresentatività del Parlamento aveva un peso diverso nella sostanza).

Oggi, la situazione è decisamente diversa. Alle ultime elezioni politiche (2022) l’affluenza è stata del 64%. Alle europee del 2024 siamo scesi addirittura sotto il 50%.

Posto che ovviamente il problema più importante è come portare tanti che non votano oggi a partecipare nuovamente, non si può non riconoscere che una parte di questa “disaffezione” è fisiologica in una democrazia matura (in Gran Bretagna, per fare un esempio, l’affluenza non supera l’80% dagli anni ’60 e dal 2000 ha superato il 70 solo in occasione del referendum sulla Brexit).

Oggi non si può più assumere che i cittadini siano “di base” tutti interessati (come si poteva fare con un’affluenza vicina al 90%) e quindi prevedere che un’affluenza sotto il 50% sia di per sé indice che il quesito posto sia di scarso interesse.

Regole strumentalizzabili

Un’affluenza di base bassa (vicina al 60% per le politiche), sommata alla meccanica del quorum attuale, porta anche a degli inevitabili comportamenti “strategici”: chi è contro il quesito posto, non ha alcun interesse ad andare a votare. Lo sappiamo tutti, ma l’aritmetica rende ancora più plastica l’idea: se so che un 35% dei cittadini non va a votare “a prescindere”, è sufficiente che “solo” il 15% sia contrario al quesito. Se questo 15% non si reca alle urne, il gioco è fatto: il 35% di non voto si somma al 15% di contrari e il quorum non si raggiunge. In altri termini, perché un quesito referendario passi serve che una maggioranza gigantesca (vicina all’80% con un po’ di calcoli) di chi partecipa alla vita politico-elettorale (partecipanti alle elezioni politiche) sia favorevole alla modifica proposta dal referendum.

Oltre al comportamento strategico degli elettori poi vi è anche quello dei comitati: chi è per il “No” non ha molto interesse a fare campagna referendaria, in quanto “rischia” di far conoscere il referendum anche a chi magari non ne sapeva nulla e non sarebbe quindi andato a votare. Il che crea situazioni paradossali per cui organizzare anche un semplice dibattito tra ragioni del Sì e del No a volte diventa impossibile per assenza “tattica” (ma perfettamente legittima) di uno degli schieramenti.

Chiariamoci: le regole sono queste, quindi chi non va a votare e chi non fa campagna per far fallire il quorum fa una scelta perfettamente legittima e sensata.

Come cambiare?

Stanti i problemi sopra evidenziati, se non vogliamo nei fatti azzerare l’unico strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione, l’articolo 75 della Costituzione va modificato.

Qui, si può recuperare la proposta di riforma del 2016 (cd “Riforma Renzi-Boschi”), che prevedeva di ri-scrivere il comma 5 dell’articolo 75 nel seguente modo: “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.

Altro elemento da modificare sarebbe la previsione che il quorum si misuri sul numero di “Sì” (voti favorevoli all’abrogazione) e non sull’affluenza totale, in modo da “liberare” finalmente le campagne referendarie: chi vuole votare “No” può andare a votare tranquillamente e chi vuole sostenere il “No” può fare campagna apertamente, in quanto la validità della consultazione non dipende dall’affluenza complessiva ma dal numero di “Sì”. Ovviamente, questo può comportare di rivedere le soglie (per esempio, prevedendo che i “Sì” debbano superare il 40% dei votanti delle ultime elezioni della Camera dei Deputati).

Conclusione

La nostra è e deve restare una democrazia di stampo rappresentativo. Pensare che tutti i cittadini abbiano il tempo, le energie e le competenze per dedicarsi in prima persona alle decisioni è irrealistico, e anzi rischia di diventare la strada per la dittatura di piccole minoranze organizzate.

Nonostante ciò, qualunque sistema di democrazia rappresentativa necessita di innesti di democrazia diretta. In Italia questi sono già particolarmente limitati: l’articolo 75 vieta il referendum su molte materie, le proposte di iniziative popolare non sono obbligatoriamente oggetto di discussione parlamentare, non esiste il referendum propositivo, ecc.

La democrazia di stampo liberale si basa sull’idea che chi vince le elezioni non ha un potere illimitato: uno dei pesi e contrappesi sono anche i referendum. A patto che siano utilizzabili.

Fonti:


⚠️ Disclaimer – Sezione Blog

I contenuti e le opinioni espressi nei post della sezione Blog sono responsabilità esclusiva degli autori e non riflettono necessariamente la linea politica o le posizioni ufficiali del Partito Liberaldemocratico.


Un piano strategico di cybersecurity per l'Italia

Un piano strategico di cybersecurity per l'Italia

di Matteo Montagner (Trento)

 

Sicurezza informatica: da obbligo normativo a leva strategica per il Sistema Paese

Cosa succederebbe se un attacco informatico coordinato spegnesse i semafori di una grande città italiana, paralizzando il traffico urbano e i soccorsi? O se i sistemi informatici di un’intera Regione venissero messi fuori uso da un ransomware, impedendo per giorni l’erogazione di prestazioni sanitarie e certificati pubblici? O ancora, se un malware colpisse i sistemi di una utility energetica, bloccando la distribuzione di energia elettrica o gas su scala nazionale?

Non sono scenari di fantascienza, ma episodi già accaduti altrove. L’attacco informatico contro la sanità pubblica irlandese nel 2021 ha paralizzato i servizi per settimane. Il blocco del Colonial Pipeline negli Stati Uniti ha messo in crisi la logistica dei carburanti su tutta la East Coast. La minaccia cibernetica è concreta, e l’Italia è oggi altamente esposta.

La trasformazione digitale del Paese, accelerata dal PNRR e dagli investimenti europei, ha ampliato la nostra area sensibile a possibili attacchi. Le reti digitali sono il nuovo sistema nervoso della società: proteggere questi asset significa garantire continuità operativa, fiducia dei cittadini, stabilità economica, ordine pubblico e quindi in buona sostanza la democrazia.

Per affrontare questa sfida serve un salto di paradigma culturale, politico e operativo.

La Direttiva NIS2 (UE 2022/2555), che il nostro Paese è chiamato a recepire pienamente, amplia in modo significativo gli obblighi in materia di cybersecurity per le Organizzazioni pubbliche e private, estendendoli a una vasta platea di soggetti strategici, inclusi energia, trasporti, finanza, sanità, fornitori di servizi digitali e molte PMI coinvolte nelle filiere produttive. Si passa da un perimetro ristretto a un approccio sistemico, che riconosce la natura interdipendente della nostra economia e delle nostre infrastrutture.

La direttiva impone requisiti precisi: analisi dei rischi, gestione degli incidenti, sicurezza della supply chain, politiche di crittografia, formazione del personale, continuità operativa. A ciò si aggiungono altre normative europee emergenti come il Cyber Resilience Act, che rafforza la responsabilità dei produttori di software e dispositivi connessi, e il DORA – Digital Operational Resilience Act, che impone stringenti requisiti di resilienza ICT nel settore finanziario.

In questo contesto normativo in rapida evoluzione, il framework NIST (National Institute of Standards and Technology) statunitense rappresenta un punto di riferimento solido e condiviso a livello internazionale. basato su cinque funzioni chiave — Identify, Protect, Detect, Respond, Recover — il modello NIST promuove una gestione integrata, ciclica e consapevole del rischio informatico. Ed è proprio questo il cuore del cambiamento che serve anche in Italia.

Non possiamo più limitarci a una logica di mero adempimento normativo in chiave burocratica. È tempo di abbandonare una postura di inerzia reattiva a favore di un approccio proattivo, dinamico, strutturale. La sicurezza informatica deve essere integrata by design e by default nei processi aziendali, amministrativi e infrastrutturali.

Serve un nuovo paradigma nazionale che preveda:

  • Stress test e assessment periodici degli asset digitali e delle infrastrutture critiche;
  • Piani annuali di vulnerability assessment e penetration testing, condotti da terze parti qualificate, con report chiari e azionabili;
  • Attività di red teaming e simulazioni di attacco, per misurare sul campo la reattività dei team interni e la tenuta complessiva del sistema;
  • Controlli continui sulla supply chain digitale, oggi uno dei punti più esposti;
  • Adozione strutturale di Security Operations Center (SOC) evoluti, capaci di rilevare e rispondere in tempo reale alle minacce.

Queste pratiche devono diventare parte integrante di una strategia di resilienza nazionale, coerente anche con gli indirizzi contenuti nel Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) e nel Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione, che indicano chiaramente la necessità di garantire la sicurezza, la disponibilità e l’integrità dei dati come prerequisiti per una digitalizzazione efficace.

Ma non è solo una questione di tecnologia. Al centro della resilienza cyber ci sono le persone. L’essere umano è, e resta, il primo vettore d’attacco: phishing, social engineering, furti di credenziali e attacchi mirati agiscono spesso sfruttando la disattenzione o l’inesperienza dei dipendenti. Per questo è fondamentale investire in:

  • Formazione continua e capillare, sia nella PA sia nel settore privato;
  • Integrazione della cybersecurity nei percorsi HR, fin dall’onboarding;
  • Diffusione di una cultura della sicurezza che trasformi i comportamenti individuali e collettivi

Un’attenzione particolare va riservata al tessuto produttivo delle PMI, che spesso non dispone di risorse dedicate, ma gioca un ruolo cruciale nelle catene del valore. Occorre promuovere misure di accompagnamento, incentivi fiscali, consorzi territoriali e strumenti di condivisione che rendano accessibile a tutte le Imprese un livello adeguato di protezione.

Secondo il sondaggio Generali-Confindustria del 2024, condotto su un campione di 1.008 PMI, solo il 18% delle Aziende ha un piano di cybersecurity strutturato e aggiornato. Il 62% delle PMI ritiene il rischio cyber crescente, ma meno del 30% ha effettuato test di sicurezza o valutazioni di vulnerabilità negli ultimi 12 mesi. Eppure molte di queste Imprese sono fornitori di grandi gruppi o operano in settori strategici.

È evidente che la resilienza del sistema industriale italiano passa anche dalla protezione degli anelli più piccoli.

Per questo è il momento di proporre un Piano Nazionale per la Cybersecurity delle Imprese, analogo al modello “Industria 4.0”, con incentivi fiscali mirati, voucher tecnologici, fondi per il supporto alla remediation e linee guida tecniche per gli assessment.

Un piano che si ispiri alle esperienze più avanzate a livello internazionale (es. il Cybersecurity Incentives Program statunitense e il Cybersecurity Preparedness Grant canadese), e che contenga:

  1. Accesso facilitato a fondi e strumenti per la sicurezza preventiva: voucher per assessment indipendenti, strumenti open source certificati, linee guida di baseline settoriale, piattaforme condivise regionali per la risposta agli incidenti.
  2. Supporto tecnico alla remediation post-incidenti, anche attraverso consorzi di esperti e helpdesk nazionali pubblici-privati.
  3. Tre proposte di nudging operativo, per orientare il comportamento delle Organizzazioni:
    • Incentivi fiscali (IRES premiale) per investimenti in cybersecurity, includendo hardware, software e formazione;
    • Criteri premianti nei bandi di public procurement, affinché gli investimenti in sicurezza diventino una leva per l’accesso ai fondi pubblici;
    • Adozione di criteri condivisi con il progetto europeo EU Secure, per promuovere la conformità delle PMI al Cyber Resilience Act, con audit leggeri ma efficaci, checklist comuni e strumenti digitali guidati.

La sfida è chiara: costruire un Sistema Paese cyber-resiliente, che sappia integrare la sicurezza nelle sue filiere produttive, nei suoi servizi pubblici e nel suo capitale umano.

È tempo di costruire un Piano Cyber Italia, ambizioso e inclusivo, che renda la sicurezza informatica non solo un obbligo, ma una leva strategica di sviluppo e di sovranità nazionale.

Una proposta liberale per la cybersicurezza: meno burocrazia, più libertà e competitività

In un contesto europeo che sta alzando l’asticella normativa con la Direttiva NIS2 e il Cyber Resilience Act, l’Italia ha l’opportunità di rispondere non con nuovi vincoli, ma con un piano di intervento liberale che favorisca chi investe in sicurezza, riduca la burocrazia e aumenti la competitività delle Imprese.

La proposta si fonda su tre pilastri concreti:

  1. Incentivo fiscale IRES premiale Le Imprese che investono in sicurezza informatica (infrastrutture, assessment, formazione, SOC, penetration test) potranno accedere a una deduzione maggiorata del costo sostenuto, analogamente a quanto già avviene per Transizione 4.0.

    Non si impone un obbligo, si premia chi sceglie la strada della resilienza.

  2.  

  3. Semplificazione burocratica e sportello unico cyber Oggi una PMI deve interfacciarsi con molteplici soggetti (AgID, ACN, Camera di Commercio, Regione, consulenti). La proposta è di introdurre uno sportello unico nazionale e digitale, che offra accesso centralizzato a:
    • voucher per assessment e remediation,
    • checklist guidate per la compliance NIS2 e CRA,
    • piattaforme open source per test di vulnerabilità.

    Meno carte, più strumenti pratici.

  4.  

  5. Premialità nel procurement pubblico La sicurezza informatica deve diventare criterio premiato nei bandi pubblici: un’Impresa che adotta misure avanzate o ha certificazioni di sicurezza ottiene un punteggio aggiuntivo.

    Cybersecurity come leva di mercato, non come tassa occulta.

  6.  

Inoltre, la proposta prevede l’adozione nazionale dei criteri armonizzati del progetto europeo EU Secure, per accompagnare le PMI alla compliance del Cyber Resilience Act senza costi sproporzionati: audit leggeri, strumenti digitali, supporto tecnico.

Un piano nazionale per la cybersicurezza basato su incentivi, semplificazione e fiducia nel mercato, che taglia burocrazia inutile e trasforma la sicurezza digitale da obbligo a opportunità concreta di crescita, competitività e innovazione.

Serve una svolta radicale. Non bastano più piani timidi o raccomandazioni generiche. L’Italia ha bisogno di una scossa culturale e fiscale per affrontare la sfida della cybersicurezza.

La proposta è semplice: le Aziende che non investono in sicurezza digitale non godranno di agevolazioni fiscali. Come funziona:

  • Chi investe in cybersecurity (VA/PT, SOC, formazione, crittografia, etc.) accede a un’IRES ridotta fino al 18%.
  • A chi non investe in sicurezza digitale si continuerà ad applicare l’aliquota piena (24%) e subirà un malus negli appalti pubblici.

È il principio del “chi protegge, risparmia” – chi trascura, paga”. Perché la vulnerabilità digitale di un’Impresa è un rischio collettivo. Come accade con l’ambiente: chi inquina paga. Ora chi non protegge contribuisce di meno al bene comune.

In parallelo, la burocrazia va ridotta ai minimi termini, come prima indicato: uno sportello unico nazionale digitale per la compliance NIS2 e CRA, tool guidati per autovalutazione, voucher automatici per test di sicurezza e remediation.

Inoltre chi è in regola ottiene accesso preferenziale al procurement pubblico e ai fondi PNRR. Una rivoluzione meritocratica: la cybersicurezza come passaporto economico. È tempo di smettere di considerare la sicurezza informatica un costo. È un dovere civile, un vantaggio competitivo, una responsabilità verso il Paese. Lo Stato deve dirlo con chiarezza: l’era dell’indifferenza è finita.

 

Conclusioni

Dobbiamo avere chiaro che la sicurezza informatica non è solo un tema privato, ma un interesse pubblico primario, esattamente come la salute o l’ambiente. È un bene comune, fondamento della nostra sovranità digitale e della nostra libertà democratica.

In un mondo dove l’informazione è un fattore di potere di vitale importanza sia negli aspetti di vita privati che pubblici, proteggere i dati significa proteggere il futuro. Chi controlla i dati controlla i flussi economici, le scelte strategiche, le priorità geopolitiche.

È il momento di compiere un upgrade come Sistema Paese. Non possiamo più limitarci a rincorrere gli attacchi o a rispondere a posteriori. Dobbiamo prevenirli, anticiparli e, quando necessario, saper reagire con lucidità e coordinamento. Serve prevenzione, consapevolezza, investimento strutturale. Serve una visione politica alta, che ponga la cybersecurity al centro della competitività nazionale.

Solo così potremo garantire all’Italia un futuro digitale sicuro, libero e sostenibile.

Matteo Montagner


Intervento per la Costituente Liberal Democratica

Intervento per la Costituente Liberal Democratica
Roma – 8 Marzo 2025

di Christian Francia (Teramo – Abruzzo)

 

Con l’avvento della globalizzazione, cioè della liberalizzazione dell’economia affermatasi in particolare in Inghilterra con Margaret Thatcher e negli USA con Ronald Reagan, seguita dall’unipolarismo delle democrazie occidentali dopo il crollo del blocco sovietico, l’economia di mercato si è diffusa ovunque con una crescita costante.

All’inizio degli anni ’90 l’Italia annunciava di essere la quarta potenza mondiale come valore del Prodotto Interno Lordo. Dopo 35 anni siamo l’ottava Nazione per PIL e ci apprestiamo ad essere sorpassati da Canada e Brasile che ci tallonano da vicinissimo.

Nel frattempo, al netto dei conflitti extraeuropei, da tre anni è tornata la guerra sul suolo europeo e questo ha comportato sia effetti economici negativi e sia un nuovo avvento del muscolarismo internazionale, dove la “forza” è tornata il vero metro di giudizio diplomatico, sotto forma di arsenali militari e nucleari da sbandierare e far crepitare per imporre ragioni neoimperialistiche che affondano le radici nel disprezzo del diritto internazionale (mi riferisco alla Russia, ovviamente, ma anche USA e Cina non nascondono più le proprie mire egemoniche e annunciano le liste dei Paesi che dovranno entrare o tornare nelle loro sfere di influenza e di dominio).

Vista con l’occhio della Storia, la situazione politica non è affatto strana, perché il desiderio di conquista non si è mai sopito nel corso dei millenni e oggi riemerge affamato e spietato.

Vista con l’occhio della Filosofia, la situazione politica va reinquadrata affinché si possa trovare il bandolo della matassa e a questo scopo soccorrono Kant ed Hegel, ovvero un idealista e un realista.

Lo scacchiere politico internazionale viene solitamente diviso fra una sinistra e una destra e il potere oscilla costantemente come un pendolo fra la sinistra radicata nell’idealismo e la destra radicata nel realismo.

Kant vede la storia come il percorso di ascesa dell’umanità verso gli ideali universali della morale: la legge morale trascende la storia e chiama all’imperativo categorico di un agire teso al bene, fondato sulla razionalità e sull’universalità, in un’ottica di progresso che renda concreti gli ideali: la pace perpetua, il diritto internazionale, la federazione mondiale degli Stati.

Hegel si discosta e si pone agli antipodi con un immanentismo che fa risiedere la verità nella storia e la razionalità nel mondo reale. Le guerre non sono tragedie da evitare, bensì passaggi da attraversare perché la storia è il tribunale del mondo.

Le cosiddette Sinistre tendono ad idealizzare, a rifarsi a princìpi universali quali l’eguaglianza, la giustizia, i diritti umani, civili e politici, sforzandosi di ascendere verso una moralità condivisa, l’accoglienza dell’altro, la riduzione delle disuguaglianze, l’ambientalismo, la sostenibilità, la diffidenza verso la tirannia della sfera economica che fagocita la primazia della politica.

Le cosiddette Destre tendono ad essere realiste e a prendere atto della storia, piuttosto che a trasformarla: le diseguaglianze sono inevitabili perché figlie del libero mercato, gli Stati devono prioritariamente pensare al proprio benessere interno (per il raggiungimento del quale gli immigrati sono un ostacolo), l’ambiente e la sostenibilità devono soccombere se rappresentano inciampi per la corsa del motore economico.

L’idealità può sfociare nella sterilità dell’utopia e nella genericità dell’astratto, ma rappresenta un orizzonte di progresso per l’umanità. Il realismo viene sovente tacciato di cinismo, ma ha il vantaggio di restare con i piedi per terra.

La trascendenza si offre come guida della storia, l’immanenza come compagna di viaggio della storia che esplica e offre le proprie verità nel divenire degli avvenimenti.

A ciascuno la propria oscillazione del pendolo: condivisibile chiunque cerchi l’attuazione pratica dei propri ideali e altrettanto condivisibile chiunque si immerga nel fiume del divenire storico senza moralismi. Ma non bisogna astrarre troppo allontanandosi dalla concretezza dei fatti, né restare incollati alla freddezza del reale rinunciando ad alzare lo sguardo su orizzonti valoriali che sono patrimonio immateriale dell’umanità.

La politica diviene strabica se lascia che i due fuochi dell’ellisse della vita civile si allontanino senza dialogare e cercare una sintesi necessaria, un compromesso possibile: l’assoluto deve parlare al contingente, l’eterno guardare alla storia, la morale aprirsi al pragmatismo.

Ai valori occorre trovare gambe per camminare e farsi realtà, così come alla storia bisogna dare un orizzonte di senso che trascenda la sordità dei fatti: in questa tensione continua fra visioni, fra l’assoluto e il divenire, si deve esercitare l’arte della politica.

I Liberal-Democratici sin dal nome accolgono questo dualismo e se ne fanno orgogliosi interpreti: si può e si deve essere sia liberali e sia democratici se si vuole offrire una via d’uscita al sistema bloccato che oggi ci governa, vittima di riflessi condizionati, di uno statalismo inefficiente e inefficace, di scimmiottamenti di teorie politiche, di genuflessioni verso gli orientamenti fluttuanti delle grandi potenze internazionali.

La mediazione è un processo in fieri che non è mai definitivo, le ricette economiche sono digeribili solo se le pietanze siano a lunga cottura, il successo elettorale è figlio dell’esercizio incrollabile della pazienza, il buon governo nasce solo dalla fiducia nel compromesso, nei frutti che producono le relazioni, nell’arte del convincimento, nell’aspirazione non al meglio, bensì al meglio possibile nelle circostanze date.

Diamo fede e credito, stima e credibilità a questo progetto che oggi vede la luce, non perché non ci siano alternative, non perché destra e sinistra siano palesemente inadeguate a governare, non perché ciascuno di noi ambisca legittimamente ad un posto al sole della politica, ma perché – se il fallimento delle ricette politiche già sperimentate in Italia è inscritto nei numeri degli ultimi 40 anni – forse è il tempo di prendere in considerazione anche le ricette liberali, le quali provengono da una lunga e prestigiosa storia culturale che nel mondo ha conosciuto declinazioni di grande successo per il progresso economico e sociale che ne è derivato.


Privacy Preference Center