di Enrico Traino
I modelli economici e sociali che hanno caratterizzato il secolo scorso sono in crisi, apparentemente inadeguati al nuovo secolo, ed un nuovo equilibrio non è all’orizzonte; lo scenario attuale è pertanto caratterizzato da forte instabilità ed elevata incertezza.
Per individuare le possibili soluzioni è utile inquadrare i fenomeni in una prospettiva storica.
Il primo modello ad imporsi in Europa e negli Stati Uniti in età contemporanea fu il capitalismo ottocentesco, che trovava la sua giustificazione ideologica in una visione utopica del libero mercato, così come teorizzata da Adam Smith con la sua “mano invisibile”; grazie ad essa, in un mercato libero la ricerca egoistica del proprio interesse condurrebbe al benessere dell’intera società.
Il miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte degli individui era tuttavia considerato un risultato accessorio, poiché il capitalismo primigenio non si poneva affatto il problema di migliorare le sorti della maggioranza della popolazione, che considerava mera forza lavoro da sfruttare in cambio di un salario. Quando, nel 1848, Marx ed Engels scrissero il “Manifesto del Partito Comunista”, le condizioni di vita della maggioranza della popolazione erano di fatto al limite della sopravvivenza.
L’ideologia comunista, nata dalla legittima aspirazione delle fasce sociali più disagiate a migliorare le proprie condizioni ed a rendere la società più equa, si pose quindi come alternativa al capitalismo industriale ottocentesco.
Il tentativo di mettere in pratica questa ideologia tuttavia si è rivelato nel tempo ed in tutta evidenza un modello sociale ed economico fallimentare: gli stessi partiti comunisti occidentali avevano perso gran parte della propria base sociale già prima d’essere sepolti dalla caduta del muro di Berlino.
A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e per più di un trentennio, sino agli anni Ottanta del secolo scorso si è affermato un terzo modello, a metà strada tra capitalismo e comunismo. Nei paesi dell’Europa occidentale, un capitalismo temperato da politiche sociali, un “capitalismo democratico”, consentì un prolungato e costante sviluppo non solo economico ma anche sociale.
Questo progresso diffuso fu reso possibile dal sussistere di particolari condizioni socio-politiche; esso si basava infatti su un compromesso virtuoso, su un vero e proprio Patto Sociale, in virtù del quale allo sfruttamento del lavoro e alla sua trasformazione in merce corrispondevano l’inurbamento, l’emigrazione dalle campagne e la fuga dalla povertà endemica che le affliggeva, e gradualmente veniva realizzandosi la trasformazione del proletariato urbano in un insieme di cittadini con uguali diritti. Nasceva la “civiltà del lavoro”, una società in cui i capitalisti come Ford negli Stati Uniti ed Agnelli in Italia sfruttavano sì i loro operai, ma nel contempo corrispondevano a questi salari sufficienti a permettere loro di acquistare le automobili che producevano. Gli industriali, pur conservando una posizione di dominanza, erano costretti tuttavia a trattare con i sindacati dei lavoratori; il risultato di tale contrapposizione dialettica produceva uno sviluppo economico che si riversava su tutte le classi sociali. L’interazione tra i partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale ed il capitalismo democratico ha creato le fondamenta dello Stato sociale così come lo conosciamo oggi.
A partire dagli anni Ottanta, però, il meccanismo ha iniziato ad incepparsi, allorché il mondo finanziario ha iniziato a far circolare liberamente i capitali mondiali e al tempo stesso, a creare meccanismi finanziari capaci di moltiplicare una ricchezza in buona parte virtuale senza contropartita nella produzione reale.
La finanza globale ha iniziato gradualmente a prevalere su ogni altra forza politica, economica o sociale, trasformando il capitalismo democratico in quello che è stato definito “turbo-capitalismo”.
“ll capitalismo è morto per overdose, perché ha avuto troppo successo. (…) Il capitale avanza, la democrazia indietreggia. Saltano i vincoli politici e istituzionali che avevano trattenuto «gli spiriti animali» del capitalismo, che vince, ma vince troppo”). È stato di fatto ribaltato “quel patto sociale post-bellico che vedeva i mercati addomesticati dalla democrazia. Considerata produttiva nel keynesismo, la democrazia egualitaria diventa un ostacolo all’efficienza. (…) La rottura del rapporto tra il capitalismo e la democrazia rende, oggi più che mai, un tutt’uno la questione sociale e la questione democratica” (1). (Wolfgang Streeck, Max-Planck Institut di Colonia)
Il prevalere del turbo-capitalismo e l’avanzata di multinazionali globali, le quali con la complicità di alcuni governi pagano tasse irrisorie sui loro profitti, sottraendoli quindi alla comunità dei cittadini, e che usano il loro immenso potere economico per condizionare l’azione dei legislatori, ha di fatto rotto il compromesso fra capitale e lavoro ed i meccanismi di redistribuzione inclusiva su cui le democrazie occidentali hanno prosperato per decenni a partire dal dopoguerra.
Come può dirsi democratica una società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi ed il benessere non ricade sulla maggior parte della popolazione? Questo è esattamente ciò che sta accadendo, sia pure con intensità diverse, in tutte le nazioni occidentali(3) e questo ingenera inevitabilmente l’emersione e la crescita di fenomeni populisti.
Per combattere il populismo, degenerazione della dialettica democratica, è necessario comprendere appunto che questo non è semplicemente un prodotto dei media digitali, che pure certamente contribuiscono a veicolarlo e ad amplificarlo con le loro distorte pseudo-informazioni virtuali, ma un frutto malato che si sviluppa su un terreno socio-economico del tutto reale.
I dati statistici confermano infatti come a partire da metà degli anni Ottanta le disuguaglianze, che si erano ridotte costantemente per i quattro decenni precedenti, hanno ricominciato a crescere, in maniera marcata negli Stati Uniti, ma anche nei paesi dell’Europa continentale, sia pure in maniera meno estrema grazie a sistemi maggiormente solidaristici e redistributivi.
In sintesi, da 40 anni il modello economico attuale ha smesso di riversare i suoi effetti positivi sulla maggior parte della popolazione, ed avvantaggia in maniera sproporzionata chi si trova al vertice della piramide.
I dati non sono sempre facilmente disponibili, ma da studi più approfonditi effettuati su singoli Paesi(2) risulta evidente che ad accaparrarsi porzioni crescenti della ricchezza complessivamente prodotta, contrariamente a quanto spesso viene grossolanamente riportato, non è l’1% della popolazione, ma più correttamente, all’interno di questo 1%, è più specificamente lo 0,1% o addirittura lo 0,01% in cima che vede crescere di più redditi e patrimoni.

Andamento della % di Reddito guadagnata dall’1% più ricco della popolazione in alcuni paesi occidentali (1940-2024) - Fonte: World Inequality Data Base
La soluzione a questa crisi va ricercata in un modello che costituisca la sintesi tra liberismo e solidarietà, appunto un ritrovato Liberalismo Democratico.
In Italia questa sfida è ancora più essenziale, perché il nostro Paese non ha mai avuto un governo Liberale, basato sulla meritocrazia, sulla libera concorrenza, sul libero mercato come unico modo di “far crescere la torta”, sul rispetto quasi sacrale per le risorse ottenute con le tasse dei cittadini. Risorse sacre, da gestire quindi alla luce della continua ricerca dell’efficienza e anche della trasparenza integerrima.
È necessario allora finalmente in Italia un approccio liberale, perché se il nostro Paese continuerà ad essere ostaggio di corporazioni e giochi di potere e di una gestione clientelare della cosa pubblica non ci sarà più nessuna torta da spartire.
Allo stesso tempo, è impossibile pensare di governare e sconfiggere i populismi senza intaccare le cause sociali ed economiche sui cui si basa, e quindi senza un approccio democratico ed orientato anche alla giustizia sociale, senza porsi il problema di dare risposte alla oggettiva crescente disuguaglianza.
Si impone dunque la necessità di un approccio Liberale, ma anche Democratico.
Nel contempo, parafrasando Croce, nel contesto attuale è impossibile non dirsi anche Europeisti. Infatti, per proteggere la Democrazia dalla minaccia populista, che la corrode dall’interno, è necessario come si è detto che essa sia efficace, che riesca a fornire risposte ai cittadini. Ma le democrazie attuali sono innanzi tutto democrazie nazionali, ancorate al concetto di Stato-Nazione e quindi intrinsecamente inadeguate a governare fenomeni sempre più sovranazionali. Anche per questo è entrato in crisi il concetto stesso di Democrazia: a cosa serve infatti la Democrazia se non mi difende, se non migliora le mie condizioni di vita, se non riesce a dare risposte ai miei bisogni, se percepisco una crescente ingiustizia sociale?
“Il capitalismo globale non può essere governato dalla democrazia nazionale. Al contrario, la evira. Dal momento che la democrazia globale è inconcepibile, ne risulta che il capitalismo globale è incompatibile con la democrazia. (…) È molto più pericoloso lasciare indifesi individui, famiglie, economie regionali e nazionali rispetto ai capricci dei mercati internazionali, con il rischio che cerchino protezione nei Trump e nelle Le Pen di turno” (1).
In risposta all’insoddisfazione della classe media, la soluzione dei populisti è tornare ai modelli del passato, ai nazionalismi, magari alle guerre commerciali ed al protezionismo anteguerra come stanno facendo gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, che ha ormai enunciato con chiarezza di vedere l’Unione Europea non più come un partner ma come un avversario strategico.
Di fronte a questa doppia sfida – da parte dei populismi che le minano dall’interno e delle potenze avverse (Cina, Russia alle quali ora vanno aggiunti, forse permanentemente, gli Stati Uniti)
l’unica soluzione possibile per potenze di media dimensione come i Paesi europei è al contrario avviare finalmente un processo di conversione di un nocciolo limitato di Stati verso una struttura sempre più profondamente federale.
È il concetto dell’Europa “a cerchi concentrici”, o “a più velocità”: partire da un numero di Paesi già simili, e renderli sempre più omogenei a partire dalla creazione di un unico mercato dei capitali e dalla progressiva integrazione dei sistemi di difesa, sino all’armonizzazione delle regole di tassazione dei redditi personali e d’impresa, inclusi i colossi del web le imprese sovranazionali, che oggi di fatto sottraggono la gran parte dei propri profitti ad ogni ragionevole e legittima tassazione.
Il modello a cui tendere dovrebbe essere un’Europa liberale ma solidale, che rafforzi le proprie politiche industriali, che propugni innanzi tutto l’efficienza, prerequisito indispensabile per poter attuare politiche di welfare attente ai diritti dei lavoratori, alla sicurezza del lavoro, alla crescita dei salari, al diritto alla salute.
Siamo entrati in un periodo di elevata instabilità e di insoddisfazione dei cittadini verso la democrazia, e la storia insegna che quando si verificano queste condizioni, c’è il rischio concreto dell’emergere di fenomeni autoritari, dei quali i populismi sono spesso precursori.
Per l’Europa sembra avvicinarsi il tempo dell’ultima chiamata: il progetto di una Federazione Europea forse non è mai stato difficile come oggi, ed al contempo non è mai stato più necessario.
- Dall’intervista di Wolfgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut di Colonia a L’Espresso.
- Inequality and the super-rich, Daniel Waldenström – Research Institute of Industrial Economics and Paris School of Economics – January 2017
- World Inequality Data Base – https://wid.world/data/
Enrico Traino
13.12.2025
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