Partito Liberaldemocratico organizza secondo confronto sullo sviluppo di Milano
Ieri sera a Milano il Partito Liberaldemocratico ha organizzato il secondo confronto - dopo quello fatto in inverno - sullo sviluppo della città, moderato da Claudio Velardi.
Stesso formato: prima...
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Marattin: "Libdem e Azione al centro, centrosinistra bravo a dire no ma governare è altro
Il leader del Partito Liberaldemocratico, Luigi Marattin, traccia un bilancio della campagna referendaria appena conclusa.
Onorevole Marattin, gli studi sui flussi elettorali indicano il Partito Liberaldemocratico come l’unica forza fuori dal centrodestra ad aver contribuito pienamente al Sì: come interpreta questo dato politico?
«Io rispondo per la nostra forza politica, non mi permetto di giudicare altri, anche chi su questa vicenda ha assunto comportamenti oggettivamente ridicoli. Il Partito Liberaldemocratico non fa politica con il tatticismo o per istinto di sopravvivenza: facciamo le battaglie in cui crediamo e che sono coerenti con la nostra idea di società liberale. La separazione delle carriere lo era e lo è, siamo fieri di aver fatto questa battaglia e la rifaremmo altre mille volte. Gli elettori hanno deciso diversamente e ci inchiniamo col sorriso alla loro volontà».
Tredici milioni di italiani hanno espresso un’esigenza di cambiamento del sistema giudiziario: come intendete tradurre questo consenso in iniziativa politica concreta nei prossimi mesi?
«Chiediamo a tutti coloro che hanno votato SÌ e non si riconoscono in uno dei partiti del centrodestra di venire a darci una mano. Non solo continueremo a parlare di riforme liberali nella giustizia, ma anche in tutti gli altri settori: dal fisco alla concorrenza, dalla scuola alla sanità, dal digitale all’energia passando per pubblica amministrazione e riforme istituzionali, e tanto altro ancora. Abbiamo 22 gruppi tematici che lavorano a pieno ritmo con centinaia di persone, da Bolzano a Ragusa».
Dal risultato referendario emerge un segnale anche per il governo: quali correzioni di rotta dovrebbe adottare Giorgia Meloni sul terreno della giustizia?
«È evidente che sui temi bocciati dal referendum si è chiuso il sipario per anni, se non per decenni. Ci sarà per molti anni qualcuno pronto a dire che “il popolo si è già espresso”. Detto ciò, e ribadito che secondo noi quella era una riforma indispensabile, ci sono anche altre cose da fare per migliorare la fornitura del bene pubblico giustizia: dall’organizzazione dei distretti giudiziari alla valutazione dei magistrati, passando per l’ottimizzazione delle risorse e gli incentivi all’efficienza».
A Palazzo Chigi c’è, secondo lei, anche un problema di classe dirigente e di merito? Il governo ha valorizzato profili identitari come quelli di Colle Oppio: è il momento di aprire a competenze nuove e più ampie?
«Era il 2006 quando da 27 enne consigliere comunale di Ferrara, tenni una relazione all’Assemblea Nazionale di Libertà Eguale a Orvieto affermando che in Italia si era rotto il meccanismo di formazione, selezione e ricambio della classe politica. Lo penso ancora. I partiti, tutti i partiti, hanno sostituito i meccanismi della Prima Repubblica (che funzionavano) con la cooptazione del più fedele o con la sindrome dell’album di famiglia. Ma questa è una conseguenza, e non una causa, della rottura dei meccanismi di formazione e selezione. Ecco perché tre settimane fa abbiamo inaugurato la Scuola di Formazione Politica: non un evento spot, ma 4 mesi di lezioni e esami, dalla filosofia al diritto, passando per storia, economia, intelligenza artificiale e gare di dibattito pubblico».
Forza Italia ha mostrato limiti evidenti nella lettura del voto: si apre uno spazio politico al centro per una proposta autenticamente garantista e liberale?
«Dipenderà, purtroppo, solo dalla legge elettorale. Se la maggioranza avesse il coraggio di eliminare il premio di maggioranza, la prateria che oggi al centro comunque c’è diventerebbe l’Oceano Pacifico. Purtroppo, perlomeno fino a prima del referendum, c’era ancora la convinzione che le forze politiche debbano essere prigioniere di un bipolarismo rissoso che oramai fa solo danni».
In vista delle prossime elezioni, è realistico immaginare una forza liberaldemocratica autonoma, fuori dai poli tradizionali, oppure il sistema politico resta inevitabilmente bipolare? E se foste costretti a scegliere, andreste con il centrodestra o il centrosinistra?
«Vedo che anche voi, quando fate l’elenco dei partiti di “centro” o comunque liberali, includete sempre Italia Viva e Più Europa. Io ne sarei contentissimo, e in più occasioni ho rivolto appelli pubblici e privati ad abbandonare il centro sociale del Campo Largo e costruire con noi un’offerta politica liberale, ampia e contendibile. Ma quelle due forze politiche ripetono tutti i giorni di essere le più convinti sostenitrici del Campo Largo. Al centro rimaniamo noi ed Azione, e nelle prossime settimane anche noi, come Gratteri, “tireremo la nostra rete” con serenità e amicizia per capire se si tratta di una possibilità concreta oppure no. Per noi rimane la prima scelta».
Nel campo largo si discute di primarie e di leadership: Giuseppe Conte può davvero assumere la guida della coalizione e questo rappresenterebbe un chiarimento definitivo degli equilibri tra le opposizioni?
«Non sono affari che ci riguardano. Neanche alla lontana. Faccio solo notare una cosa che nessuno ha sottolineato finora. Anche nel 2011 ci fu un referendum – quello sulla cosiddetta “acqua pubblica” – vinto anche lui a suon di balle, che fu interpretato come l’antipasto della sicura grande vittoria del centrosinistra. E anche lì si votò dopo poco più di un anno, e per giunta contro un centrodestra a pezzi. E ci ricordiamo come andò a finire, la celebre “non vittoria” di Bersani. Perché il centrosinistra dà il meglio di sé quando bisogna dire NO. I loro problemi cominciano quando devono dire dei SI, cioè passare alla proposta concreta di governo. In quel caso finisce come tutte le volte che in Parlamento si parla, per fare un esempio, di politica estera: sono cinque partiti, e presentano regolarmente cinque risoluzioni diverse».
Aldo Torchiaro
Fonte: Il Riformista
Newsletter#47 Speciale Referendum - Se non voti, decidono gli altri
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#47

Per il referendum costituzionale si vota domenica 22 marzo, dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo, dalle 7 alle 15. Per votare basta presentarsi nel proprio seggio con tessera elettorale e documento: non c’è quorum, ogni voto è decisivo.
Se non voti, decidono gli altri
È arrivato il momento. Il 22 e 23 marzo 2026, si vota il referendum costituzionale sulla giustizia.
Non è un passaggio come gli altri. Non solo per il tema - che riguarda uno dei pilastri dello Stato di diritto - ma anche per le modalità: trattandosi di un referendum confermativo, non è previsto quorum. La riforma sarà approvata o respinta sulla base dei voti validi.
Questo significa che ogni voto conta davvero.
Sappiamo bene che, anche tra persone che condividono valori e battaglie comuni, su questo tema possano emergere sensibilità diverse. È giusto che sia così. Quando si parla di giustizia, istituzioni e regole democratiche, è naturale interrogarsi con particolare attenzione.
Proprio per questo vogliamo partire dal merito.
Il merito della riforma
Oggi la magistratura è organizzata come un unico ordine: giudici e pubblici ministeri condividono la stessa carriera e sono governati dallo stesso organo.
La riforma interviene su questo assetto con tre scelte precise.
La prima è la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. Non cambiano le funzioni, ma si introduce una distinzione ordinamentale chiara, coerente con un processo accusatorio.
La seconda è la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, ciascuno competente per la propria carriera. Non cambia l’equilibrio tra membri togati e laici, ma cambia il meccanismo di selezione, con l’obiettivo di ridurre il peso delle correnti.
La terza è l’istituzione di una Alta Corte disciplinare autonoma, separando chi governa le carriere da chi giudica le responsabilità.
Il punto di fondo è rafforzare la terzietà del giudice, rendendo più chiari i ruoli e più credibile il sistema.
E c’è un chiarimento essenziale: non cambia l’indipendenza della magistratura, né l’obbligatorietà dell’azione penale .
Non c’è alcuna subordinazione al potere politico, né alcuna modifica delle regole del processo per i cittadini.
Perché riguarda tutti
Questa non è una riforma tecnica, ma una riforma che incide sulla fiducia dei cittadini nella giustizia. Perché senza un giudice percepito come davvero terzo, il giusto processo resta incompiuto.
Come ha scritto Francesco Hellmann, Tesoriere nazionale del PLD:
«Il referendum del 22 e 23 marzo è molto più di un voto: è una scelta di libertà. Da troppo tempo il sistema giustizia in Italia fatica a garantire ciò che invece dovrebbe essere un pilastro fondamentale: un giudice davvero terzo e imparziale.»
È anche una questione di responsabilità e merito, perché oggi - come ha osservato Basilio Milio, del Comitato Giustizia Sì, «il merito di tanti magistrati viene mortificato dalle degenerazioni correntizie».
Ridurre il peso delle correnti, distinguere le funzioni, separare i ruoli: sono scelte che vanno tutte nella stessa direzione, quella di una giustizia più credibile e più equa.
Non si vota su un governo
Una parte del dibattito si è concentrata su un punto diverso: la sfiducia verso chi ha promosso questa riforma.
È una posizione comprensibile, ma non può essere il criterio decisivo. Perché qui non si vota su un governo. Si vota su un assetto istituzionale.
Condividiamo le parole di Emanuela Pistoia, del Comitato Giustizia Sì: «fidiamoci dello stato di diritto e dei contenuti di questa riforma, che è liberale nonostante chi l’ha proposta non lo sia».
Guardare alle norme significa riconoscere che questa riforma non limita l’autonomia dei magistrati, ma interviene su meccanismi che nel tempo hanno prodotto distorsioni evidenti.
Cosa fare adesso
Il primo passo è semplice: partecipare.
Il 22 e 23 marzo andiamo a votare.
Perché in questo referendum ogni voto è determinante.
Se sei indeciso, fermati sul merito:
leggi, confrontati, valuta senza pregiudizi. Non per appartenenza, ma per convinzione.
Se sei già convinto, fai un passo in più:
parlane, condividi, coinvolgi. Porta qualcuno a votare con te.
Perché in un referendum senza quorum, la differenza la fanno le persone che si attivano.
Una campagna fatta di persone
Il Comitato Giustizia Sì vuole innanzitutto dire grazie a tutte le volontarie e i volontari che, in queste settimane, hanno contribuito a portare questa campagna nelle piazze, nei territori, nelle discussioni quotidiane.
Un impegno fatto di tempo, confronto e responsabilità, che ha reso possibile un dibattito vero su un tema complesso e spesso divisivo.
Termina una campagna segnata anche da una apparente contrapposizione tra politica e magistratura, spesso raccontata come se qualsiasi intervento fosse un attacco a un potere “buono” per definizione e dunque indiscutibile. Ma non è una sfida tra politica e magistratura. È una discussione su come rendere la giustizia più credibile e più equilibrata.
La riforma interviene su un assetto che risale all’ordinamento del 1941 e che, nonostante fosse già allora considerato provvisorio, è rimasto sostanzialmente invariato per decenni. Come osserva Giammarco Brenelli, Presidente del Comitato Giustizia Sì, «da allora sono passati 79 anni»: una continuità che nel tempo ha consolidato anche dinamiche interne — in particolare il peso delle correnti — che incidono sulla gestione delle carriere.
È su questo punto che la riforma interviene: distingue in modo più netto chi accusa da chi giudica, separa le funzioni di governo delle carriere da quelle disciplinari e contribuisce a rafforzare il giudice, sottraendolo a meccanismi che possono indebolirne la credibilità.
È un passaggio coerente con l’evoluzione del processo penale e con il principio del giusto processo previsto dall’articolo 111 della Costituzione. Non a caso, nelle parole di Brenelli, «la Riforma conclude il percorso del processo liberale».
Il 22 e 23 marzo, quindi, andiamo a votare.
E portiamo convintamente anche un Sì nelle urne.

PLD TALKS: LE LIVE DEL PARTITO
PLD Talks è lo spazio settimanale del Partito Liberaldemocratico dedicato al confronto sui temi che contano davvero: economia, istituzioni, diritti civili.
Senza slogan, senza tifoserie. Solo idee, dati e proposte.

📺 Riguarda la puntata del 19 marzo "È il momento di scegliere" su Youtube
📺 Riguarda la puntata del 6 marzo "Perché SI - comprendere il referendum oltre gli slogan" su Youtube
📺 Riguarda tutte le nostre live su temi come Nucleare, Difesa Europea, Giovani, Economia e molto altro cliccando qui.
DAI TERRITORI
- Umbria
- Perugia: Dibattito organizzato da Azione Umbria e Civici x e Europa Radicale e ORA! Umbria e Partito Liberal Democratico ‘Si al referendum giustizia’ (🔗Sì al referendum sulla giustizia).
- Toscana
- Firenze: L'iniziativa promossa da +Europa, Partito Socialista Italiano, Azione, Partito Liberaldemocratico, Radicali Italiani, Libertà Eguale, ORA! e Federazione Giovani Socialisti ‘ Riformisti per il Si’. (🔗Riformisti per il Si).
- Veneto
- Verona Le mistificazioni arrivano ogni giorno da destra e da sinistra, togliendo il focus su ciò che davvero conta: il contenuto della Riforma.(🔗Il contenuto della Riforma)
- Emilia Romagna
- Rimini Il sorteggio è uno degli elementi qualificanti della riforma perché il Csm (due con la riforma) non è un organo di rappresentanza ma di alta amministrazione.(🔗Il Sorteggio)
- Campania
- Napoli Al Referendum giustizia io voto Si (🔗Io Voto Si)
I nostri eventi informativi per il Referendum, in tutta Italia. Queste immagini raccontano incontri e dialoghi, ma soprattutto l’impegno di tante persone che, con dedizione e rispetto, hanno portato il confronto tra i cittadini con toni sempre corretti e costruttivi. (🔗La scelta di oggi può influenzare il futuro della giustizia nel nostro Paese.)
PARLANO DI NOI
- Il partito liberaldemocratico critica il conferimento di un’onorificenza al procuratore Gratteri (👉critica il conferimento di un’onorificenza) OKFirenze!
- Conto alla rovescia al referendum: ecco le ragioni del SI (👉Conto alla rovescia al referendum: ecco le ragioni del SI) Noi TV
- Referendum il fronte del SI (👉Referendum, il fronte del “Sì” civitanovese) Cronache Maceratesi
- A Sorbolo un incontro per il “Sì” alla separazione delle carriere con Cesari, Gualmini, Pagliari, Marcucci(👉Incontro per il Si) ParmaDaily.it
- Libdem: «Tra populismo e scontro tra poteri, a perdere sono le istituzioni e i cittadini»(👉preoccupazione per la deriva populista) Il Piacenza
- Comizio d’Amore per il Si, l’intervento del nostro Segretario Luigi Marattin (👉Comizio d'Amore per il SI) Radio Radicale
APPUNTAMENTI
- SCUOLA DI FORMAZIONE COMPETERE La politica non è improvvisazione. È studio, competenza e responsabilità. Per questo nasce Competere, la scuola di formazione del Partito Liberaldemocratico. Un luogo dove giovani, amministratori e cittadini possono approfondire economia, istituzioni, politiche pubbliche e cultura liberaldemocratica. Perché un Paese migliore non si costruisce con gli slogan, ma con idee solide e persone preparate.(👉 Scuola di Formazione Competere).
- 26 Marzo - Milano - GOVERNARE LA METROPOLI Questo incontro è il secondo appuntamento del ciclo Milano al Centro – Un Centro per Milano, il progetto del Partito Liberaldemocratico per rilanciare lo sviluppo della città e renderla più accogliente e sostenibile.(👉 GOVERNARE LA METROPOLI).
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Biennale 2026, PLD: "Libertà dell’arte sì, ma non ingenuità verso la propaganda"
Dai libdem arriva la proposta di escludere dalla kermesse esponenti dell’apparato di governo russo e, nel contempo, di aprire ad artisti dissidenti, come spiega Valeria Pernice, membro della Segreteria Nazionale
“Condividiamo un principio che per noi è fondamentale: l’arte non deve avere confini né censure. Ed è proprio in nome di questo principio che non possiamo accettare che venga piegato a fini politici. La partecipazione del padiglione russo alla Biennale di Venezia 2026, così come oggi configurata, non è una libera espressione di artisti indipendenti, ma un progetto promosso da figure legate ai vertici del potere russo, inserito nella strategia di diplomazia culturale del Cremlino. Il punto non è il singolo artista, che va sempre difeso nella sua libertà. Il punto è che questo padiglione non è indipendente. In un sistema come quello russo, fortemente centralizzato, la produzione culturale ufficiale difficilmente è neutrale. Ignorarlo in nome di un’idea astratta di apertura significa, nei fatti, accettare il rischio che l’arte venga utilizzata come strumento di propaganda”. Così Valeria Pernice, responsabile nazione con delega ai territori, per il Partito Liberaldemocratico.
La dichiarazione dell’esponente libdem arriva dopo la notizia di un nuovo strappo da parte del Ministro Giuli con la Fondazione, dopo la decisione di ospitare la Russia all’esposizione d’arte in programma dal 9 maggio. Il ministro Giuli non sarà infatti presente, pur non avendo fatto alcun cenno alla vicenda durante la cerimonia di proclamazione di Ancona a capitale della Cultura, ma il segnale politico è evidente.
Il ministero, inoltre, non ha ancora fatto sapere se dai documenti inviati dalla Biennale, a partire dalla corrispondenza con le autorità russe, siano emerse possibili violazioni del quadro sanzionatorio europeo nei confronti di Mosca. Né sono arrivate indicazioni sulla praticabilità dei vari interventi ipotizzati in questi giorni, dal commissariamento della fondazione al congelamento del padiglione russo, fino ad un intervento che impedisca agli artisti di entrare in Italia.
“Non è un caso che diversi Paesi europei abbiano sollevato il problema e che l’Unione Europea abbia richiamato la Biennale sulle possibili conseguenze anche sul piano dei finanziamenti. La nostra posizione non è quella della chiusura, ma nemmeno quella dell’ingenuità”, ha aggiunto Pernice.
“Per questo chiediamo: l’esclusione degli attuali promotori e organizzatori del padiglione, in quanto espressione dell’apparato statale russo; la trasformazione di quello spazio in un luogo aperto agli artisti russi indipendenti, in particolare a quelli censurati, perseguitati o costretti all’esilio. Difendere la libertà dell’arte significa difendere gli artisti, non i regimi. Venezia deve restare uno spazio di libertà, non diventare una vetrina della diplomazia culturale del Cremlino”, ha concluso Pernice.
Fonte: Il Riformista
#PLDTalks – É IL MOMENTO DI SCEGLIERE: Le ragioni del Sì al referendum
PLD Talk torna un altro appuntamento sul referendum sulla Giustizia, “É IL MOMENTO DI SCEGLIERE: Le ragioni del Sì al referendum
Ospiti
ANNA GALLUCCI – Sostituto Procuratore della Repubblica Tribunale di Pesaro
GIAMMARCO BRENELLI – Presidente COMITATO GIUSTIZIA SÌ Responsabile Giustizia PLD
Modera
PAMELA FATIGHENTI Cofondatrice del Comitato Giustizia Si e responsabile Organizzazione del PLD
🎙️ #PLDTalks – É IL MOMENTO DI SCEGLIERE: Le ragioni del Sì al referendum
📅 Data Live: 19/03/2026
🕒 Ora: 21:00
📍 Dove vederla: YouTube
Libdem: «Tra populismo e scontro tra poteri, a perdere sono le istituzioni e i cittadini»
Il Partito Liberal-Democratico di Piacenza esprime f«orte preoccupazione per la deriva populista che sta caratterizzando il dibattito pubblico in vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia. Quello che dovrebbe essere un confronto serio su una riforma delicata e centrale per l’equilibrio dei poteri dello Stato si è progressivamente trasformato in una rissa permanente tra politica e magistratura. Uno scontro nel fango che svilisce le istituzioni, alimenta sfiducia e riduce una questione complessa a una banale contrapposizione tra “caste”. In questo clima, il referendum – strumento fondamentale di partecipazione democratica – rischia di essere percepito non come un momento di scelta consapevole, ma come un regolamento di conti. È un corto circuito pericoloso: da un lato si semplifica e si deforma il merito della riforma, dall’altro si allontanano i cittadini dalla vita democratica del Paese. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un dibattito impoverito, dominato da slogan e polemiche, incapace di affrontare nel merito un tema cruciale come l’indipendenza e la responsabilità della magistratura». Il Partito Liberal-Democratico «rifiuta questa impostazione. Crediamo che lo Stato di diritto si fondi su un equilibrio tra poteri, sulla loro autonomia ma anche sulla loro responsabilità. E riteniamo che ridurre tutto a uno scontro tra corporazioni sia il modo migliore per non cambiare nulla. Per questo, pur nella consapevolezza dei limiti di ogni riforma, invitiamo i cittadini a votare “sì” al referendum. Non per aderire a una narrazione ideologica, ma per affermare un principio: in una democrazia matura non esistono poteri sottratti a ogni forma di responsabilità. Siamo liberali, conservatori nei valori e progressisti nella loro attuazione. Sappiamo che non esistono riforme perfette, ma sappiamo anche che il rifiuto sistematico del cambiamento produce immobilismo e sfiducia. Recuperare serietà, rispetto istituzionale e centralità del merito è oggi una priorità. Anche da questo passa la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini».
Fonte: IlPiacenza
“Il mondo in guerra”: convegno svolto a Quartu dalla sezione sarda del Partito Liberaldemocratico
L’iniziativa si è tenuta il 18 marzo a Quartu, nella Sala degli Affreschi dell’Ex Convento dei Cappuccini, con inizio alle ore 18:00. L’evento, a partecipazione libera e aperta, è stato moderato da Alessandro Palomba, membro della Direzione regionale del PLD.
Franco Tocco (Consigliere Comunale di Quartu Sant’Elena) ha aperto il dibattito citando sondaggi recenti che mostrano come circa la metà della popolazione europea tema lo scoppio della Terza Guerra Mondiale entro due anni. Ha sostenuto che siamo già in un conflitto globale, definendolo però una “guerra ibrida” che non si combatte con le armi, bensì anche attraverso l’economia (coi dazi), la tecnologia (con lo spionaggio cibernetico) e le crisi energetiche (ad esempio con la chiusura dello stretto di Hormuz). Ha concluso sottolineando l’urgenza di creare gli Stati Uniti d’Europa per evitare che i singoli stati europei finiscano sul menù delle grandi potenze come USA, Russia e Cina. .
Pierpaolo Vargiu (Fondazione Naudic / Riformatori Sardi) ha proposto una riflessione di stampo liberale, analizzando le figure storiche e attuali (da Truman a Kennedy, fino a Netanyahu) per evidenziare come la minaccia nucleare e il rischio di conflitto globale siano ciclici. Ha evidenziato il paradosso delle autocrazie, notando come abbiano una macabra “efficienza” nel governare rispetto alle democrazie, che sono più fragili in quanto devono periodicamente sottostare al voto popolare e quindi non possono attuare riforme impopolari e probrammi di lungo respiro. Ha invitato a non cedere al fascino dei regimi autoritari in cambio di una falsa sicurezza
Graziano Milia (Sindaco di Quartu Sant’Elena) ha portato il suo punto di vista sulla mancanza di lucidità nella strategia di Israele e degli Stati Uniti. Ha inoltre offerto una prospettiva storica, spiegando che l’equilibrio della Guerra Fredda garantiva una stabilità che oggi è svanita con la globalizzazione non governata. Ha sottolineato che nel mondo odierno si conta ancora solo per i soliti tre fattori che hanno sempre mosso le vicende storiche: denaro, demografia e armi. Ha criticato l’attuale classe dirigente europea per la mancanza di una visione unitaria e ha ribadito che l’Europa deve superare gli egoismi nazionali per diventare un attore politico reale, citando l’esempio della guerra civile americana come monito sulla necessità di un’unione federale forte. [ 26:45 ].
Franco Turco (Direzione Nazionale PLD) ha espresso un giudizio molto critico sulla presidenza Trump, definendola pericolosa per la tenuta delle relazioni internazionali e della democrazia stessa. Si è soffermato sui conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, sottolineando l’importanza per l’Europa di avere sistemi di difesa moderni (droni e tecnologie avanzate). Ha notato una controtendenza positiva: la paura della guerra sta risvegliando un sentimento europeista anche in chi era scettico, poiché si comprende che solo l’Unione Europea può fungere da “ombrello” protettivo per sé stessa. .
Efisio Demuru (Segretario Provinciale PD) ha chiuso gli interventi riflettendo sulla debolezza delle classi dirigenti attuali rispetto ai leader del passato. Ha ammesso le difficoltà della sinistra nel bilanciare il desiderio di pace con la necessità di affrontare leader autoritari e arroganti. Ha espresso forte preoccupazione per il potere dei grandi miliardari che influenzano la politica mondiale e ha ribadito che senza un’Europa politicamente autorevole, gli interessi dei cittadini europei non saranno difesi da nessuno .
Il Partito Liberaldemocratico si colloca nel panorama politico italiano come una forza ispirata ai principi del liberalismo democratico e dell’europeismo, con un’attenzione particolare ai diritti individuali, all’economia di mercato, alla centralità delle istituzioni democratiche. La sua linea politica si è caratterizzata per un approccio riformista e per la volontà di coniugare libertà economica e responsabilità sociale.
La sezione sarda del partito, il Partito Liberaldemocratico Sardegna, è attiva nella promozione di iniziative pubbliche, dibattiti e momenti di confronto sui temi di maggiore attualità, con l’obiettivo di stimolare una cittadinanza consapevole e partecipe, in un contesto globale segnato da conflitti, crisi energetiche e ridefinizione degli equilibri geopolitici, con l’auspicio di aumentare la comprensione dei grandi processi in atto. L’incontro “Il mondo in guerra” ha avuto lo scopo di fornire strumenti interpretativi utili per orientarsi in una fase storica complessa, in cui i cambiamenti avvengono con una velocità e imprevedibilità sempre più dirompente.
Fonte: www.latestata.it
Partito Liberaldemocratico contesta onorificenza a Gratteri per violazione par condicio
Il partito contesta che l’atto sia stato approvato senza rispettare la normativa sulla par condicio e senza un corretto confronto tra i componenti del Consiglio Comunale. Viene sottolineato come, secondo i rappresentanti del Partito Liberaldemocratico, l’onorificenza sembri più un espediente propagandistico che un riconoscimento istituzionale, strumentalizzando l’esposizione mediatica del Procuratore a fini politici.
Sara Funaro, secondo quanto riportato dal partito, si sarebbe distinta per l’assenza di iniziativa all’interno della maggioranza, risultando ostaggio di dinamiche politiche interne ridotte a strumenti di propaganda. Il Partito Liberaldemocratico invita pertanto i cittadini a prendere coscienza di quanto definito uno schieramento politico cittadino che, sostenendo posizioni contrarie alla riforma della giustizia, favorirebbe un orientamento della magistratura a carattere antigovernativo. La formazione politica conclude sollecitando un sostegno convinto al SÌ nel referendum in programma.
Fonte: OK!Firenze
Sul nucleare in Italia il vero problema non è mai stato tecnico. È sempre stato politico.
𝗦𝘂𝗹 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀’ 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗶𝗰𝗼. 𝗘̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼.
Sabato a Torino, nell’incontro “Nucleare: oltre la paura” organizzato dal Partito Liberaldemocratico,...
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#47
Controvento
A un anno dalla fondazione del Partito Liberaldemocratico continuiamo a portare in politica le idee con cui siamo nati: crescita, istituzioni solide e difesa della libertà
Un anno fa nasceva il Partito Liberaldemocratico. Non per aggiungere una sigla al catalogo già affollato della politica italiana, ma per provare a rimettere in piedi una cosa più rara di quanto sembri: una forza che dica la verità sui problemi del Paese senza cercare scorciatoie retoriche.
La verità, del resto, non è complicata. L’Italia cresce poco, investe poco, innova meno di quanto potrebbe e da troppo tempo confonde la protezione con l’immobilismo. In politica si parla molto di redistribuzione e troppo poco di creazione di ricchezza. Si invoca lo Stato, ma ci si dimentica che uno Stato serio non è quello che promette tutto: è quello che funziona, che fa rispettare le regole, che non piega le istituzioni alla convenienza del momento. È da qui che nasce la necessità di una forza liberaldemocratica: dalla constatazione che senza crescita economica, senza istituzioni imparziali e senza libertà effettiva, la democrazia si svuota e resta solo il rumore.
In questo primo anno il Partito Liberaldemocratico ha cominciato a costruire una comunità politica fondata non sulla fedeltà personale, ma sulla condivisione di alcuni principi elementari: responsabilità, concorrenza, merito, Stato di diritto, europeismo, serietà di governo. Non è poco, in una stagione in cui troppi partiti sembrano tenersi insieme per inerzia, per paura di contarsi o per devozione al capo di turno. Il primo anniversario del partito è stato l’occasione per ribadire questo impianto con sobrietà e chiarezza.
Non è casuale che questo passaggio si sia intrecciato con l’avvio di Competere, la scuola di formazione politica del Partito Liberaldemocratico. Domenica 8 marzo, a Roma, presso Spazio Forma, il partito ha scelto di celebrare il proprio primo anno non con una liturgia celebrativa ma con una giornata di studio e confronto: l’intervento del Segretario Nazionale Luigi Marattin, la presentazione dei docenti da parte di Victor Rasetto e del direttore Francesco Ausania, l’avvio di un percorso che vuole prendere sul serio la formazione politica.
Questo è un punto decisivo. La politica italiana soffre non solo per la povertà delle idee, ma anche per la povertà della selezione. Da anni assistiamo a una degradazione delle forme della convivenza pubblica: meno confronto, meno disciplina, meno studio; più tifoseria, più improvvisazione, più conformismo verbale. Si parla continuamente di “partecipazione”, ma troppo spesso si intende una partecipazione senza fatica, senza approfondimento, senza responsabilità. È un errore. Una comunità politica seria non deve soltanto mobilitare consenso: deve formare persone capaci di capire i problemi, di reggere un contraddittorio, di assumere decisioni e di risponderne.
Per questo la formazione non è un’aggiunta ornamentale. È il cuore del problema. Se non ricostruiamo una classe dirigente preparata, abituata a ragionare sui costi delle scelte pubbliche, sulla qualità delle istituzioni, sul rapporto fra libertà economica e coesione sociale, continueremo a oscillare fra demagogia e amministrazione mediocre. E invece la politica, quando funziona, ha un compito molto semplice e molto esigente: creare le condizioni perché i cittadini possano vivere meglio, lavorare meglio, rischiare di più, dipendere di meno dall’arbitrio del potere e dalle inefficienze del sistema.
C’è bisogno del Partito Liberaldemocratico per questo. Per riportare nel dibattito pubblico italiano alcune idee che altrove sarebbero quasi banali e che qui sembrano rivoluzionarie: che la crescita non è una colpa ma una necessità; che le istituzioni valgono se sono neutrali e credibili; che la libertà non è una parola ornamentale ma il presupposto di una società aperta; che il mercato, quando è davvero aperto e regolato bene, è spesso più giusto dei monopoli, delle rendite e delle mediazioni opache; che governare non significa distribuire favori ma produrre condizioni di sviluppo.
Non è un progetto per chi cerca una scorciatoia emotiva. È un progetto per chi pensa che l’Italia abbia ancora bisogno di riforme serie, di rigore intellettuale e di politica adulta. In tempi di semplificazioni aggressive, di leadership costruite sul riflesso istantaneo e di comunità politiche ridotte a curva da stadio, anche questo può sembrare un gesto controvento. Probabilmente lo è. Ma è precisamente per questo che serve.
👉Un anno di PLD: bilancio, identità e prospettive del partito
👉Competere: la scuola di formazione politica del PLD
👉Diritti, autonomia, rispetto: il senso politico dell’8 marzo
Se non cresce la produttività non crescono i salari
In Italia, appena si pronuncia la parola “salari”, spunta sempre il solito prestigiatore della politica: quello che lascia intendere che basti una norma, un tavolo, una dichiarazione indignata e, zac, gli stipendi salgono. Peccato che la realtà sia più testarda della propaganda: nel 2024 il 10,3% degli occupati era a rischio di povertà lavorativa e, all’inizio del 2025, i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021, il peggior arretramento tra le grandi economie OCSE. Non è un incidente. È il conto presentato da un Paese che da anni preferisce raccontarsi favole invece di fare riforme.
Perché i salari non crescono per grazia ricevuta. Crescono quando cresce la produttività. E qui casca il palco. Secondo l’Istat, tra il 2014 e il 2023 la produttività del lavoro in Italia è aumentata in media dello 0,5% l’anno, contro l’1,1% della media Ue27; e Eurostat certifica che tra il 2005 e il 2024 l’Italia è stata uno dei pochissimi Paesi europei in cui la produttività reale per occupato è addirittura diminuita. Capito il punto? Noi pretendiamo salari tedeschi con una dinamica della produttività che spesso non regge nemmeno il confronto con la media europea. È economia, non cattiveria.
E allora basta con il repertorio del Paese che vuole stipendi più alti ma si scandalizza per tutto ciò che li rende possibili. Il Partito Liberaldemocratico propone un patto per la produttività perché è lì che si decide la partita vera: più contrattazione aziendale, premi di produttività detassati, meno ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese, più concorrenza nei servizi. L’Ocse segnala che l’Italia continua a soffrire anche per la sua struttura produttiva frammentata; continuiamo a venerare la micro-impresa come se fosse un totem identitario, e poi ci stupiamo se investe poco, innova meno e paga peggio.
La prova del nove è sempre la stessa: quando si apre davvero il mercato, i cittadini ci guadagnano. L’alta velocità ferroviaria italiana, con l’ingresso della concorrenza, ha prodotto più offerta, più frequenze, servizi più differenziati e prezzi più bassi a vantaggio dei passeggeri. Dove invece si blindano monopoli, rendite e affidamenti senza gara, il risultato è invariabile: servizi peggiori, meno incentivi a innovare e conto finale scaricato su famiglie e imprese. In Italia il problema non è il mercato che esagera. È il contrario: troppo spesso il mercato non lo si lascia nemmeno cominciare.
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Le regole della democrazia non sono una battaglia di parte
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 non riguarda un tecnicismo per addetti ai lavori. Riguarda il sistema operativo del Paese. E i sistemi operativi, a differenza delle liturgie politiche, non sono cose immobili: si aggiornano, oppure si impiantano. La giustizia è una di quelle infrastrutture che interessano tutti, anche chi pensa di non averne mai a che fare. Perché quando funziona male non danneggia soltanto chi finisce in un’aula di tribunale: rende più fragile l’intero ambiente in cui viviamo, lavoriamo, investiamo, firmiamo un contratto, apriamo un’attività, difendiamo un diritto. Il referendum confermativo riguarda la riforma costituzionale sull’ordinamento giurisdizionale, che separa le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, istituisce due distinti organi di autogoverno e una Corte disciplinare dedicata.
Il punto liberale è semplice: chi giudica deve essere davvero terzo rispetto a chi accusa. Non è una formula polemica. È un principio di igiene istituzionale. In una democrazia liberale le regole del gioco non servono a compiacere una parte, ma a garantire che anche il conflitto si svolga dentro un quadro credibile. Quando questo quadro è chiaro, la giustizia non diventa “amica” di qualcuno: diventa più imparziale. E l’imparzialità, in uno Stato di diritto, non è un lusso teorico. È la condizione minima perché i cittadini si fidino delle istituzioni senza doverlo fare per fede. Il senso del Sì, per il Partito Liberaldemocratico, sta qui: rafforzare la distanza tra funzione requirente e funzione giudicante per rendere il sistema più trasparente, più coerente, più affidabile.
La parola giusta, qui, è proprio reliable. In inglese non vuol dire soltanto “affidabile” nel senso blando con cui lo usiamo spesso noi. Vuol dire qualcosa o qualcuno di cui ti puoi fidare perché funziona come deve, in modo prevedibile, stabile, coerente con l’aspettativa che genera. Cambridge la definisce così: qualcosa che può essere trusted or believed perché works or behaves well in the way you expect. E l’etimologia è ancora più istruttiva: reliable viene da rely + -able; e rely risale al francese relier e al latino religare, cioè “legare saldamente”, “tenere insieme”, “vincolare”. Una giustizia reliable, insomma, è una giustizia a cui una società può legare con fiducia le proprie aspettative, perché sa che non cambieranno arbitrariamente a seconda di chi accusa, di chi giudica o del clima del momento.
Ed è qui che la questione smette di essere corporativa e diventa economica e civile. Una giustizia più affidabile significa più credibilità del Paese. Significa che le regole contano davvero. Significa che un contratto non è una scommessa, che un contenzioso non è un buco nero, che un investimento non dipende dal grado di opacità del contesto. L’Ocse lo dice senza giri di parole: in Italia la debole efficienza del sistema giudiziario contribuisce alla bassa crescita della produttività, indebolendo investimenti privati e crescita delle imprese. E la Commissione europea osserva che, nonostante i miglioramenti, in Italia i tempi dei procedimenti civili e commerciali restano i più lunghi dell’Unione, arrivando ancora a circa sei anni complessivi sui tre gradi di giudizio. Non è un dettaglio. È una tassa occulta sulla fiducia.
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La libertà non è mai un fatto locale
Su questo intervento si può discutere. Anzi: si deve discutere. Si possono discutere i mezzi, i limiti, i costi, gli effetti non voluti. Nessuna persona ragionevole ama la guerra. Ma una discussione seria non può cominciare da una rimozione. E la rimozione, qui, sarebbe fingere che prima del conflitto l’Iran fosse soltanto un dossier geopolitico. Non era così. L’ONU parla di una crisi dei diritti umani già segnata da una repressione istituzionalizzata “a livelli senza precedenti”, con violazioni che possono arrivare ai crimini contro l’umanità; già nel 2025 la missione ONU documentava sorveglianza crescente, persecuzione di donne e ragazze, intimidazioni, processi iniqui ed esecuzioni contro chi chiedeva diritti e dissenso.
Per questo la situazione iraniana ci riguarda. Non perché dobbiamo coltivare l’illusione infantile che ogni crisi si risolva con la forza. Ma perché per anni abbiamo visto giovani donne e uomini iraniani pagare un prezzo altissimo per un’ambizione che dovrebbe sembrarci elementare: vivere in un Paese più libero. Le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini avevano portato in piazza donne e uomini, giovani e anziani; all’inizio del 2026 una nuova ondata di proteste si è poi diffusa in tutte le 31 province, con decine di morti e migliaia di arresti, segno di una crisi di legittimità che il regime non riesce più a coprire con la vecchia miscela di propaganda e repressione. Possiamo davvero voltarci dall’altra parte, come se il massacro civile di quella generazione fosse soltanto un incidente locale?
Questo non obbliga nessuno a diventare tifoso delle bombe. Al contrario. Proprio i dissidenti iraniani ricordano che i bombardamenti, da soli, non rovesciano il regime: serve una sollevazione popolare, serve resistenza interna, serve una società che possa rialzare la testa. Eppure anche questa constatazione non assolve l’indifferenza. Perché nel conflitto in corso, che dura da quasi due settimane, sono morte circa 2.000 persone in Iran; e la stessa missione ONU avverte che la guerra rischia di aggravare una repressione già feroce, soprattutto mentre il regime spegne internet e stringe ancora di più il controllo sulla popolazione civile. Si può dubitare dell’intervento. Non si può fingere che l’alternativa fosse la pace.
Qui torna utile Popper. Il suo paradosso della tolleranza dice, in sostanza, che una società aperta non può tollerare senza limiti chi vuole distruggere la tolleranza stessa. Non è un inno alla guerra. È un avvertimento contro la passività morale travestita da equilibrio. Una democrazia liberale non ha il dovere di amare i conflitti; ha però il dovere di riconoscere e contrastare i regimi che incarcerano, torturano, perseguitano e uccidono chi chiede libertà. Quando questo accade, la neutralità non è quasi mai neutralità: molto più spesso è comodità. E la comodità, in politica estera come nella vita, è spesso il nome educato con cui chiamiamo il voltarsi dall’altra parte.
👉L’Iran e il prezzo pagato da chi chiede libertà
👉Non esiste una neutralità innocente davanti alla repressione
👉Quando una democrazia liberale non può voltarsi dall’altra parte
👉Nessuno ama i conflitti, ma l’indifferenza ha un costo
👉La responsabilità politica di chiamare le cose con il loro nome
PLD TALKS: LE LIVE DEL PARTITO

PLD Talks è lo spazio settimanale del Partito Liberaldemocratico dedicato al confronto sui temi che contano davvero: economia, istituzioni, diritti civili.
Senza slogan, senza tifoserie. Solo idee, dati e proposte.
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DAI TERRITORI
- Emilia-Romagna
- Bologna: il Partito Liberaldemocratico entra nel confronto per le comunali bolognesi, portando in campo una presenza politica autonoma e riconoscibile. (🔗Comunali Bologna: c’è anche il Partito liberaldemocratico) Il Resto del Carlino
- Rimini: Spina e Bellucci denunciano un’aggressione subita durante un volantinaggio sul referendum, riportando l’attenzione sul clima del confronto pubblico. (🔗Noi aggrediti mentre facevamo volantinaggio) Il Resto del Carlino
- Piemonte
- Cuneo: Luigi Marattin in provincia di Cuneo tra visita allo stabilimento Maina e serata pubblica sul referendum, in un’iniziativa che tiene insieme impresa, territorio e politica. (🔗Visita allo stabilimento Maina e serata sul referendum) Cuneo24
- Lazio
- Frosinone: il PLD esprime pieno sostegno al progetto Piazza Labriola – Isola Verde Digitale, valorizzandone la portata urbana e innovativa. (🔗Pieno sostegno al progetto) Leggo Cassino
- Marche
- Macerata: Cogliandro rilancia il tema della concorrenza e propone la vendita delle farmacie comunali, riportando al centro il dibattito sull’efficienza dei servizi locali. (🔗Vendiamo le farmacie comunali) Il Resto del Carlino
- Puglia sulla sanità regionale, Viggiani chiede di uscire dalla propaganda e affrontare il disavanzo con verità e riforme strutturali. (🔗Il disavanzo richiede verità e riforme) ©StatoQuotidiano
- Trentino-Alto Adige
- Trento: video dell’intervento di Luigi Marattin a Trento del 2 marzo, nel quadro delle iniziative territoriali del partito. (🔗Marattin a Trento – video) TGR Trentino Alto Adige
- Friuli Venezia Giulia
- Trieste: Doglia e Tronchin intervengono sul tema di guerra ed energia, invitando a evitare allarmismi sul gas e a mantenere alta l’attenzione sui carburanti. (🔗No allarmismi sul gas) Trieste Cafe
- Toscana
- Viareggio: il Comitato Giustizia Sì sostiene la riforma referendaria come strumento per rafforzare l’imparzialità della magistratura. (🔗Sì alla riforma per giudici realmente imparziali) NoiTV
PARLANO DI NOI
- A un anno dalla nascita del Partito Liberaldemocratico, un approfondimento sul progetto politico, sulla sua struttura organizzativa, sulla scuola di formazione appena avviata e sull’ambizione di riportare al centro temi come produttività, riforme istituzionali, diritto internazionale e cultura liberale. (👉Il primo anno del PLD e l’ambizione di riportare al centro le idee liberali e Legge elettorale, proporzionale e spazio politico del PLD) Il Riformista.
- Luigi Marattin ripercorre i primi 365 giorni del PLD: le proposte per far crescere i salari, la linea sulla politica estera, il Sì al referendum sulla giustizia, l’idea di Europa e il percorso verso le elezioni politiche del 2027. (👉Marattin racconta il primo anno del PLD e la rotta verso il 2027 e Un partito costruito da una comunità politica diffusa in tutta Italia) Linkiesta.it.
SCUOLA DI FORMAZIONE COMPETERE
La politica non è improvvisazione.
È studio, competenza e responsabilità. Per questo nasce Competere, la scuola di formazione del Partito Liberaldemocratico. Un luogo dove giovani, amministratori e cittadini possono approfondire economia, istituzioni, politiche pubbliche e cultura liberaldemocratica. Perché un Paese migliore non si costruisce con gli slogan, ma con idee solide e persone preparate.(👉 Scuola di Formazione Competere).
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