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#47
Controvento
A un anno dalla fondazione del Partito Liberaldemocratico continuiamo a portare in politica le idee con cui siamo nati: crescita, istituzioni solide e difesa della libertà
Un anno fa nasceva il Partito Liberaldemocratico. Non per aggiungere una sigla al catalogo già affollato della politica italiana, ma per provare a rimettere in piedi una cosa più rara di quanto sembri: una forza che dica la verità sui problemi del Paese senza cercare scorciatoie retoriche.
La verità, del resto, non è complicata. L’Italia cresce poco, investe poco, innova meno di quanto potrebbe e da troppo tempo confonde la protezione con l’immobilismo. In politica si parla molto di redistribuzione e troppo poco di creazione di ricchezza. Si invoca lo Stato, ma ci si dimentica che uno Stato serio non è quello che promette tutto: è quello che funziona, che fa rispettare le regole, che non piega le istituzioni alla convenienza del momento. È da qui che nasce la necessità di una forza liberaldemocratica: dalla constatazione che senza crescita economica, senza istituzioni imparziali e senza libertà effettiva, la democrazia si svuota e resta solo il rumore.
In questo primo anno il Partito Liberaldemocratico ha cominciato a costruire una comunità politica fondata non sulla fedeltà personale, ma sulla condivisione di alcuni principi elementari: responsabilità, concorrenza, merito, Stato di diritto, europeismo, serietà di governo. Non è poco, in una stagione in cui troppi partiti sembrano tenersi insieme per inerzia, per paura di contarsi o per devozione al capo di turno. Il primo anniversario del partito è stato l’occasione per ribadire questo impianto con sobrietà e chiarezza.
Non è casuale che questo passaggio si sia intrecciato con l’avvio di Competere, la scuola di formazione politica del Partito Liberaldemocratico. Domenica 8 marzo, a Roma, presso Spazio Forma, il partito ha scelto di celebrare il proprio primo anno non con una liturgia celebrativa ma con una giornata di studio e confronto: l’intervento del Segretario Nazionale Luigi Marattin, la presentazione dei docenti da parte di Victor Rasetto e del direttore Francesco Ausania, l’avvio di un percorso che vuole prendere sul serio la formazione politica.
Questo è un punto decisivo. La politica italiana soffre non solo per la povertà delle idee, ma anche per la povertà della selezione. Da anni assistiamo a una degradazione delle forme della convivenza pubblica: meno confronto, meno disciplina, meno studio; più tifoseria, più improvvisazione, più conformismo verbale. Si parla continuamente di “partecipazione”, ma troppo spesso si intende una partecipazione senza fatica, senza approfondimento, senza responsabilità. È un errore. Una comunità politica seria non deve soltanto mobilitare consenso: deve formare persone capaci di capire i problemi, di reggere un contraddittorio, di assumere decisioni e di risponderne.
Per questo la formazione non è un’aggiunta ornamentale. È il cuore del problema. Se non ricostruiamo una classe dirigente preparata, abituata a ragionare sui costi delle scelte pubbliche, sulla qualità delle istituzioni, sul rapporto fra libertà economica e coesione sociale, continueremo a oscillare fra demagogia e amministrazione mediocre. E invece la politica, quando funziona, ha un compito molto semplice e molto esigente: creare le condizioni perché i cittadini possano vivere meglio, lavorare meglio, rischiare di più, dipendere di meno dall’arbitrio del potere e dalle inefficienze del sistema.
C’è bisogno del Partito Liberaldemocratico per questo. Per riportare nel dibattito pubblico italiano alcune idee che altrove sarebbero quasi banali e che qui sembrano rivoluzionarie: che la crescita non è una colpa ma una necessità; che le istituzioni valgono se sono neutrali e credibili; che la libertà non è una parola ornamentale ma il presupposto di una società aperta; che il mercato, quando è davvero aperto e regolato bene, è spesso più giusto dei monopoli, delle rendite e delle mediazioni opache; che governare non significa distribuire favori ma produrre condizioni di sviluppo.
Non è un progetto per chi cerca una scorciatoia emotiva. È un progetto per chi pensa che l’Italia abbia ancora bisogno di riforme serie, di rigore intellettuale e di politica adulta. In tempi di semplificazioni aggressive, di leadership costruite sul riflesso istantaneo e di comunità politiche ridotte a curva da stadio, anche questo può sembrare un gesto controvento. Probabilmente lo è. Ma è precisamente per questo che serve.
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Se non cresce la produttività non crescono i salari
In Italia, appena si pronuncia la parola “salari”, spunta sempre il solito prestigiatore della politica: quello che lascia intendere che basti una norma, un tavolo, una dichiarazione indignata e, zac, gli stipendi salgono. Peccato che la realtà sia più testarda della propaganda: nel 2024 il 10,3% degli occupati era a rischio di povertà lavorativa e, all’inizio del 2025, i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021, il peggior arretramento tra le grandi economie OCSE. Non è un incidente. È il conto presentato da un Paese che da anni preferisce raccontarsi favole invece di fare riforme.
Perché i salari non crescono per grazia ricevuta. Crescono quando cresce la produttività. E qui casca il palco. Secondo l’Istat, tra il 2014 e il 2023 la produttività del lavoro in Italia è aumentata in media dello 0,5% l’anno, contro l’1,1% della media Ue27; e Eurostat certifica che tra il 2005 e il 2024 l’Italia è stata uno dei pochissimi Paesi europei in cui la produttività reale per occupato è addirittura diminuita. Capito il punto? Noi pretendiamo salari tedeschi con una dinamica della produttività che spesso non regge nemmeno il confronto con la media europea. È economia, non cattiveria.
E allora basta con il repertorio del Paese che vuole stipendi più alti ma si scandalizza per tutto ciò che li rende possibili. Il Partito Liberaldemocratico propone un patto per la produttività perché è lì che si decide la partita vera: più contrattazione aziendale, premi di produttività detassati, meno ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese, più concorrenza nei servizi. L’Ocse segnala che l’Italia continua a soffrire anche per la sua struttura produttiva frammentata; continuiamo a venerare la micro-impresa come se fosse un totem identitario, e poi ci stupiamo se investe poco, innova meno e paga peggio.
La prova del nove è sempre la stessa: quando si apre davvero il mercato, i cittadini ci guadagnano. L’alta velocità ferroviaria italiana, con l’ingresso della concorrenza, ha prodotto più offerta, più frequenze, servizi più differenziati e prezzi più bassi a vantaggio dei passeggeri. Dove invece si blindano monopoli, rendite e affidamenti senza gara, il risultato è invariabile: servizi peggiori, meno incentivi a innovare e conto finale scaricato su famiglie e imprese. In Italia il problema non è il mercato che esagera. È il contrario: troppo spesso il mercato non lo si lascia nemmeno cominciare.
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Le regole della democrazia non sono una battaglia di parte
Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 non riguarda un tecnicismo per addetti ai lavori. Riguarda il sistema operativo del Paese. E i sistemi operativi, a differenza delle liturgie politiche, non sono cose immobili: si aggiornano, oppure si impiantano. La giustizia è una di quelle infrastrutture che interessano tutti, anche chi pensa di non averne mai a che fare. Perché quando funziona male non danneggia soltanto chi finisce in un’aula di tribunale: rende più fragile l’intero ambiente in cui viviamo, lavoriamo, investiamo, firmiamo un contratto, apriamo un’attività, difendiamo un diritto. Il referendum confermativo riguarda la riforma costituzionale sull’ordinamento giurisdizionale, che separa le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, istituisce due distinti organi di autogoverno e una Corte disciplinare dedicata.
Il punto liberale è semplice: chi giudica deve essere davvero terzo rispetto a chi accusa. Non è una formula polemica. È un principio di igiene istituzionale. In una democrazia liberale le regole del gioco non servono a compiacere una parte, ma a garantire che anche il conflitto si svolga dentro un quadro credibile. Quando questo quadro è chiaro, la giustizia non diventa “amica” di qualcuno: diventa più imparziale. E l’imparzialità, in uno Stato di diritto, non è un lusso teorico. È la condizione minima perché i cittadini si fidino delle istituzioni senza doverlo fare per fede. Il senso del Sì, per il Partito Liberaldemocratico, sta qui: rafforzare la distanza tra funzione requirente e funzione giudicante per rendere il sistema più trasparente, più coerente, più affidabile.
La parola giusta, qui, è proprio reliable. In inglese non vuol dire soltanto “affidabile” nel senso blando con cui lo usiamo spesso noi. Vuol dire qualcosa o qualcuno di cui ti puoi fidare perché funziona come deve, in modo prevedibile, stabile, coerente con l’aspettativa che genera. Cambridge la definisce così: qualcosa che può essere trusted or believed perché works or behaves well in the way you expect. E l’etimologia è ancora più istruttiva: reliable viene da rely + -able; e rely risale al francese relier e al latino religare, cioè “legare saldamente”, “tenere insieme”, “vincolare”. Una giustizia reliable, insomma, è una giustizia a cui una società può legare con fiducia le proprie aspettative, perché sa che non cambieranno arbitrariamente a seconda di chi accusa, di chi giudica o del clima del momento.
Ed è qui che la questione smette di essere corporativa e diventa economica e civile. Una giustizia più affidabile significa più credibilità del Paese. Significa che le regole contano davvero. Significa che un contratto non è una scommessa, che un contenzioso non è un buco nero, che un investimento non dipende dal grado di opacità del contesto. L’Ocse lo dice senza giri di parole: in Italia la debole efficienza del sistema giudiziario contribuisce alla bassa crescita della produttività, indebolendo investimenti privati e crescita delle imprese. E la Commissione europea osserva che, nonostante i miglioramenti, in Italia i tempi dei procedimenti civili e commerciali restano i più lunghi dell’Unione, arrivando ancora a circa sei anni complessivi sui tre gradi di giudizio. Non è un dettaglio. È una tassa occulta sulla fiducia.
👉Giustizia imparziale, istituzioni più credibili
👉Le regole della democrazia non sono terreno di tifoseria
👉L’intergruppo parlamentare per il Sì al referendum sulla giustizia
👉Quando il dibattito civile vale più della delegittimazione
👉Più equilibrio tra accusa e giudice, più fiducia nelle istituzioni
La libertà non è mai un fatto locale
Su questo intervento si può discutere. Anzi: si deve discutere. Si possono discutere i mezzi, i limiti, i costi, gli effetti non voluti. Nessuna persona ragionevole ama la guerra. Ma una discussione seria non può cominciare da una rimozione. E la rimozione, qui, sarebbe fingere che prima del conflitto l’Iran fosse soltanto un dossier geopolitico. Non era così. L’ONU parla di una crisi dei diritti umani già segnata da una repressione istituzionalizzata “a livelli senza precedenti”, con violazioni che possono arrivare ai crimini contro l’umanità; già nel 2025 la missione ONU documentava sorveglianza crescente, persecuzione di donne e ragazze, intimidazioni, processi iniqui ed esecuzioni contro chi chiedeva diritti e dissenso.
Per questo la situazione iraniana ci riguarda. Non perché dobbiamo coltivare l’illusione infantile che ogni crisi si risolva con la forza. Ma perché per anni abbiamo visto giovani donne e uomini iraniani pagare un prezzo altissimo per un’ambizione che dovrebbe sembrarci elementare: vivere in un Paese più libero. Le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini avevano portato in piazza donne e uomini, giovani e anziani; all’inizio del 2026 una nuova ondata di proteste si è poi diffusa in tutte le 31 province, con decine di morti e migliaia di arresti, segno di una crisi di legittimità che il regime non riesce più a coprire con la vecchia miscela di propaganda e repressione. Possiamo davvero voltarci dall’altra parte, come se il massacro civile di quella generazione fosse soltanto un incidente locale?
Questo non obbliga nessuno a diventare tifoso delle bombe. Al contrario. Proprio i dissidenti iraniani ricordano che i bombardamenti, da soli, non rovesciano il regime: serve una sollevazione popolare, serve resistenza interna, serve una società che possa rialzare la testa. Eppure anche questa constatazione non assolve l’indifferenza. Perché nel conflitto in corso, che dura da quasi due settimane, sono morte circa 2.000 persone in Iran; e la stessa missione ONU avverte che la guerra rischia di aggravare una repressione già feroce, soprattutto mentre il regime spegne internet e stringe ancora di più il controllo sulla popolazione civile. Si può dubitare dell’intervento. Non si può fingere che l’alternativa fosse la pace.
Qui torna utile Popper. Il suo paradosso della tolleranza dice, in sostanza, che una società aperta non può tollerare senza limiti chi vuole distruggere la tolleranza stessa. Non è un inno alla guerra. È un avvertimento contro la passività morale travestita da equilibrio. Una democrazia liberale non ha il dovere di amare i conflitti; ha però il dovere di riconoscere e contrastare i regimi che incarcerano, torturano, perseguitano e uccidono chi chiede libertà. Quando questo accade, la neutralità non è quasi mai neutralità: molto più spesso è comodità. E la comodità, in politica estera come nella vita, è spesso il nome educato con cui chiamiamo il voltarsi dall’altra parte.
👉L’Iran e il prezzo pagato da chi chiede libertà
👉Non esiste una neutralità innocente davanti alla repressione
👉Quando una democrazia liberale non può voltarsi dall’altra parte
👉Nessuno ama i conflitti, ma l’indifferenza ha un costo
👉La responsabilità politica di chiamare le cose con il loro nome
PLD TALKS: LE LIVE DEL PARTITO

PLD Talks è lo spazio settimanale del Partito Liberaldemocratico dedicato al confronto sui temi che contano davvero: economia, istituzioni, diritti civili.
Senza slogan, senza tifoserie. Solo idee, dati e proposte.
📺 Riguarda la puntata del 6 marzo "Perché SI - comprendere il referendum oltre gli slogan" su Youtube
📺 Riguarda tutte le nostre live su temi come Nucleare, Difesa Europea, Giovani, Economia e molto altro cliccando qui.
DAI TERRITORI
- Emilia-Romagna
- Bologna: il Partito Liberaldemocratico entra nel confronto per le comunali bolognesi, portando in campo una presenza politica autonoma e riconoscibile. (🔗Comunali Bologna: c’è anche il Partito liberaldemocratico) Il Resto del Carlino
- Rimini: Spina e Bellucci denunciano un’aggressione subita durante un volantinaggio sul referendum, riportando l’attenzione sul clima del confronto pubblico. (🔗Noi aggrediti mentre facevamo volantinaggio) Il Resto del Carlino
- Piemonte
- Cuneo: Luigi Marattin in provincia di Cuneo tra visita allo stabilimento Maina e serata pubblica sul referendum, in un’iniziativa che tiene insieme impresa, territorio e politica. (🔗Visita allo stabilimento Maina e serata sul referendum) Cuneo24
- Lazio
- Frosinone: il PLD esprime pieno sostegno al progetto Piazza Labriola – Isola Verde Digitale, valorizzandone la portata urbana e innovativa. (🔗Pieno sostegno al progetto) Leggo Cassino
- Marche
- Macerata: Cogliandro rilancia il tema della concorrenza e propone la vendita delle farmacie comunali, riportando al centro il dibattito sull’efficienza dei servizi locali. (🔗Vendiamo le farmacie comunali) Il Resto del Carlino
- Puglia sulla sanità regionale, Viggiani chiede di uscire dalla propaganda e affrontare il disavanzo con verità e riforme strutturali. (🔗Il disavanzo richiede verità e riforme) ©StatoQuotidiano
- Trentino-Alto Adige
- Trento: video dell’intervento di Luigi Marattin a Trento del 2 marzo, nel quadro delle iniziative territoriali del partito. (🔗Marattin a Trento – video) TGR Trentino Alto Adige
- Friuli Venezia Giulia
- Trieste: Doglia e Tronchin intervengono sul tema di guerra ed energia, invitando a evitare allarmismi sul gas e a mantenere alta l’attenzione sui carburanti. (🔗No allarmismi sul gas) Trieste Cafe
- Toscana
- Viareggio: il Comitato Giustizia Sì sostiene la riforma referendaria come strumento per rafforzare l’imparzialità della magistratura. (🔗Sì alla riforma per giudici realmente imparziali) NoiTV
PARLANO DI NOI
- A un anno dalla nascita del Partito Liberaldemocratico, un approfondimento sul progetto politico, sulla sua struttura organizzativa, sulla scuola di formazione appena avviata e sull’ambizione di riportare al centro temi come produttività, riforme istituzionali, diritto internazionale e cultura liberale. (👉Il primo anno del PLD e l’ambizione di riportare al centro le idee liberali e Legge elettorale, proporzionale e spazio politico del PLD) Il Riformista.
- Luigi Marattin ripercorre i primi 365 giorni del PLD: le proposte per far crescere i salari, la linea sulla politica estera, il Sì al referendum sulla giustizia, l’idea di Europa e il percorso verso le elezioni politiche del 2027. (👉Marattin racconta il primo anno del PLD e la rotta verso il 2027 e Un partito costruito da una comunità politica diffusa in tutta Italia) Linkiesta.it.
SCUOLA DI FORMAZIONE COMPETERE
La politica non è improvvisazione.
È studio, competenza e responsabilità. Per questo nasce Competere, la scuola di formazione del Partito Liberaldemocratico. Un luogo dove giovani, amministratori e cittadini possono approfondire economia, istituzioni, politiche pubbliche e cultura liberaldemocratica. Perché un Paese migliore non si costruisce con gli slogan, ma con idee solide e persone preparate.(👉 Scuola di Formazione Competere).
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