LE RIFORMEISTITUZIONALI

1- IL MONOCAMERALISMO

Il sistema parlamentare italiano è attualmente basato su un modello bicamerale perfetto, in cui Camera dei Deputati e Senato della Repubblica esercitano le stesse funzioni legislative. Sebbene questo sistema sia stato pensato per consentire che leggi e provvedimenti fossero assunti con maggiore ponderazione, esso ha spesso generato problemi di lentezza decisionale, iter legislativi complessi e difficoltà nella formazione di governi stabili. La realtà attuale è ormai molto diversa da quella disegnata in Costituzione.

Il potere legislativo è di fatto esercitato pressoché integralmente attraverso decreti legge dei governi, la cui lettura in seconda Camera consiste nel votare in fretta i testi approvati dalla prima, per evitare la decadenza del decreto. Anche la legge di bilancio da anni viene approvata in realtà dopo un esame da parte di una sola Camera. Il monocameralismo rappresenta dunque una proposta che mira a superare tali limiti, prevedendo un’unica camera legislativa. 

Vantaggi del monocameralismo:


  • Efficienza legislativa: le leggi sarebbero approvate più rapidamente, senza i continui rimpalli tra Camera e Senato.
  • Chiarezza istituzionale: un'unica camera renderebbe più trasparente il processo decisionale e attribuirebbe maggiore responsabilità ai parlamentari.
  • Maggiore rapidità nel processo legislativo, eliminando il doppio passaggio delle leggi tra le due camere, che spesso porta a lungaggini e inefficienze.
  • Maggior stabilità governativa, riducendo il rischio di maggioranze differenti tra le due camere e facilitando l'approvazione dei provvedimenti del governo.
  • Migliore rappresentatività territoriale, con una revisione del sistema elettorale che garantisca una più equa distribuzione dei seggi tra le diverse aree del Paese.

Tuttavia, il monocameralismo comporta anche alcune criticità da considerare: l’eventualità di minor controllo sulle decisioni legislative, una limitazione del ruolo del Parlamento come contrappeso.

Tali criticità rendono necessaria anche una riforma elettorale adeguata: per evitare squilibri nella rappresentanza, riteniamo fondamentale adottare un sistema elettorale che garantisca rappresentatività, equità e stabilità.


2- RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE

L’ attuale sistema elettorale presenta numerosi difetti e problemi strutturali che vanno affrontati in modo urgente:

– DISAFFEZIONE POLITICA E ASTENSIONE CRESCENTE:
L’astensione elettorale, che ha raggiunto il 36,1% nelle elezioni politiche del 2022, è un fenomeno preoccupante. La crescente distanza tra cittadini e istituzioni è il risultato di un sistema elettorale che risulta incomprensibile, in cui la scelta del voto non si traduce sempre in un cambiamento tangibile. La difficoltà nel comprendere il sistema e la percezione di scarsa efficacia delle istituzioni politiche contribuiscono a una crescente disaffezione.

BIPOLARISMO FORZATO E LIMITAZIONE DELLA RAPPRESENTANZA:
Il sistema attuale premia le coalizioni di grandi dimensioni e limita la possibilità di espressione la possibilità di espressione per le minoranze, il cui ruolo in democrazia è vitale.  Non va infatti mortificato il pluralismo politico e la rappresentanza di una parte significativa della popolazione. Nemmeno va sottovalutato, che nella storia italiana, istanze prima minoritarie (si pensi per tutte al divorzio), siano risultate condivisibili, e condivise, dalla maggioranza grazie al confronto tra le diverse e plurali tendenze in sede parlamentare.

– COMPLESSITÀ E CONFUSIONE NELLE MODALITÀ DI VOTO:
La combinazione tra maggioritario e proporzionale di cui al “Rosatellum” si sostanzia in un maggioritario ingannevole perché il candidato nell’uninominale è eletto grazie ai voti dati dalle liste collegate. Pochi sanno che l’elettore che non gradisca il proprio candidato nell’uninominale può solo cambiare il voto alla lista. Va inoltre notato che la soglia di sbarramento favorisce la dispersione e il non voto di chi rifiuta il bipolarismo forzato.

– INSTABILITÀ DEI GOVERNI: 
Nonostante gli sforzi per creare maggioranze stabili, il sistema elettorale italiano e gli statuti parlamentari, che non scoraggiano la migrazione di eletti nelle liste in gruppi diversi da quelli per cui hanno ottenuto i voti popolari, continuano a portare a frequenti crisi di governo, ostacolando la capacità di attuare politiche coerenti e di lungo periodo. 

Il “Rosatellum” non bilancia la rappresentanza politica né frena la frammentazione e la trasmigrazione tra i gruppi, tanto che successivamente alle alleanze forzate i parlamentari si costituiscono in vari gruppi e sottogruppi (nel gruppo misto) “artificiali” in numero ben superiore ai dieci nuovi “partiti” che non hanno origine nella votazione dei cittadini. Perché mai, se non è stato il popolo a pronunciarsi? 

Le due riforme elettorali possibili


Negli ultimi trent’anni l’Italia ha cambiato tre sistemi elettorali, ma ogni volta la scelta è stata viziata da due aspetti:

  • È stata fatta non avendo in mente un modello di democrazia ma il minimo comune denominatore tra le convenienze di brevissimo termine dei partiti politici.
  • Implicava una combinazione (a pesi variabili in ciascuno dei tre modelli) tra maggioritario e proporzionale, finendo per sommare i difetti di questi sistemi, invece che i pregi.

È arrivato invece il momento di scegliere un sistema elettorale stabile (e quindi non soggetto, periodicamente, alla revisione basata sul cambiamento delle convenienze relative dei partiti) e che indichi un modello preciso di organizzazione del sistema politico e di funzionamento delle istituzioni democratiche.

Per noi gli obiettivi fondamentali da raggiungere devono essere tre:

  • Massimizzare la stabilità dei governi.
  • Restituire ai cittadini la possibilità di scegliere direttamente il proprio parlamentare.
  • L’incremento della partecipazione elettorale.

Per questo, sosteniamo che la scelta del nuovo sistema elettorale debba essere presa con un larghissimo accordo tra le forze politiche, ma che possa oscillare solo tra due modelli:

1. Un sistema maggioritario a doppio turno, sul modello di quello in vigore in Francia (ma in cui ad andare al ballottaggio sono solo i primi due classificati al primo turno).

Questo primo modello (pressoché identico a quello in vigore in Francia) indica una democrazia maggioritaria (nell’unica forma possibile – il doppio turno – in un Paese privo di una pluricentenaria tradizione bipartitica), in cui la governabilità prevale sulla rappresentanza e il governo viene indicato chiaramente dagli elettori.

2. Un sistema interamente proporzionale con sbarramento e con preferenze.

Questo secondo modello (in vigore in molti paesi europei, dalla Germania all’Austria, passando per Danimarca e Olanda) indica una democrazia proporzionale, in cui la rappresentanza prevale sulla governabilità e il governo viene formato dopo il voto tramite un accordo trasparente tra le forze politiche, la cui forza relativa nella negoziazione viene assegnata dagli elettori.


3- AUTONOMIA REGIONALE PER UN FEDERALISMO SENSATO

Riteniamo ancora che, di pari passo alla riforma costituzionale del c.d. Monocameralismo, debba accompagnarsi un radicale mutamento dell’ordinamento statale con una impostazione però completamente differente rispetto alla riforma delle autonomie regionali c.d. “Riforma Calderoli”.

Federarsi significa unirsi: gli Stati federali nascono tramite l’unione di entità potenzialmente del tutto autonome, ma che decidono di mettere in comune determinate strutture per lo svolgimento di funzioni specifiche (tipicamente: difesa, rapporti internazionali, moneta), e di unificare determinate normative (costituzione, leggi fondamentali in materia civile e penale). 

Con ciò ottengono un maggior peso politico a livello internazionale (dovuto alle maggiori dimensioni), un risparmio di spesa (dovuto alle economie di scala) ed una semplificazione (dovuta alla uniformità delle norme. 

Non è stato così in Italia, che ha visto un’addizione di poteri regionali a quelli dello Stato centrale. 

La confusa architettura dei poteri concorrenti tra Stato e Regioni ordinarie realizzata dalla riforma costituzionale del 2001 ha comportato l’ulteriore aumento della spesa pubblica, il peggior funzionamento dell’apparato della pubblica amministrazione, l’esplosione della conflittualità tra Stato e regioni di fronte alla Corte Costituzionale, gravata da un numero crescente di impugnative reciproche di atti normativi contestati per conflitto di attribuzione.  Complessivamente: più svantaggi sia per i cittadini sia per le imprese. Alcuni problemi hanno assunto dimensioni enormi: a cominciare dalla sciagurata gestione della Sanità.

La Corte Costituzionale a nostro giudizio ha lodevolmente bocciato molto aspetti rilevanti della cosiddetta “Riforma Calderoli” sull’Autonomia Differenziata delle regioni. Non si può procedere in assenza di una precisa determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).

La Corte Costituzionale ha sottolineato che i LEP devono garantire un’eguaglianza sostanziale nei diritti su tutto il territorio nazionale. E per colmare gli enormi gap nei LEP oggi esistenti in Italia a livello territoriale serve un’adeguata copertura finanziaria, ogni idea di riforma a costo zero è infondata a meno di voler perseguire un ulteriore aggravamento delle rilevanti disparità territoriali in Italia. 

Noi restiamo convinti che il pasticcio costituzionale del 2001 rischi di aggravarsi: non è ipotizzabile un’Italia che devolva alle Regioni la competenza sulla politica del commercio estero, del mercato energetico, delle infrastrutture di tlc e via proseguendo. Su tutte queste materie economicamente strategiche bisogna pensare a realizzare e rafforzare un mercato unico europeo, non mercatini regionali.

Il nostro progetto prevede di arrivare ad un assetto in cui sia possibile applicare il sano principio liberale “pago, vedo, voto”.

Occorre definire con chiarezza in quanti livelli di governo territoriali si articoli il settore pubblico (e anche questo semplice concetto, da un decennio, è al momento sfuggente). Poi occorre dotare ciascun livello di governo di competenze chiare ed esclusive (eliminando non solo le materie concorrenti tra Stato e regioni ma anche la confusione esistente tra Regioni – che nascevano come ente di programmazione e non di gestione – e comuni) e di uno strumento fiscale esclusivo e manovrabile liberamente. E il terzo indispensabile elemento è realizzare una perequazione totale tra fabbisogni standard e capacità fiscali, in modo da mettere tutti i territori sullo stesso punto di partenza. 

A quel punto, si realizzerebbe un vero ed efficiente federalismo, che non è dato dal numero di materie devolute agli enti territoriali ma dalla realizzazione del vero connubio tra Autonomia e Responsabilità sulle materie che – in un contesto globale che è sideralmente diverso dagli Anni Novanta del secolo scorso – è più efficiente far gestire a livello decentrato. In tale situazione, in altre parole, il cittadino è pienamente consapevole di quali sono i compiti esclusivi del livello di governo che va ad eleggere (e sa che è stato messo nelle condizioni di farlo) e sa qual è la tassa che gli versa affinché possa svolgere quei compiti: per cui quando entrerà in cabina elettorale sarà nelle condizioni di valutare quale dei due “piatti della bilancia” pesi di più, se le tasse che ha versato o i servizi che ha ricevuto in cambio.

Ma nessuno in Italia ne parla in questi termini. Anche perché ciò comporterebbe una revisione profonda di come la Costituzione aveva disegnato province e regioni. 

La “Società Geografica Italiana” nel 2013 proposte uno schema che rispetto a 130 enti tra province e regioni sostituiva solo 36 ampi enti territoriali su basi di omogeneità e tessuto economico ben diverse e meglio definite, eliminando dunque 94 enti. Disegni eventuali di energico accorpamento, perseguendo obiettivi di ottimizzazione dei servizi da offrire e di efficientamento34 delle risorse pubbliche, potrebbero costituire antidoti efficaci contro rischi di ulteriore frammentazione nazionale collegati a una riforma dell’autonomia differenziata tanto improvvidamente confusa e ideologica come quella affossata dalla Corte Costituzionale. Ma noi purtroppo non ne vediamo alcuna premessa seria, nella posizione attuale delle forze politiche presenti in parlamento. 


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